«I’ve missed Pink». Quando ai partecipanti del primo meeting dei Pink Refugees dopo i tre mesi di stop forzato dall’emergenza Coronavirus è stato chiesto di condividere qualche parola su come avessero trascorso il periodo di lockdown, la prima cosa che i volontari si sono sentiti rispondere è stata proprio questa, «ci è mancato il Pink». Segno di quanto questa realtà sia riuscita a fare per una comunità estremamente vulnerabile, quella di ragazzi e ragazze migranti, richiedenti asilo o rifugiati omosessuali.  Nato nel 2017 per volontà del Circolo Pink, associazione gay, lesbica, bisessuale, trans ed etero fondata a Verona nel 1985, Pink Refugees è di fatto il punto di riferimento per l’assistenza e l’accoglienza a migranti della comunità LGBTQI presenti sul territorio veronese, ma non solo, e nel corso degli ultimi tre anni ha accolto circa 250 persone. Prima frequentata da persone basate su Verona e provincia, grazie al passaparola i migranti accolti dall’associazione oggi arrivano un po’ da tutta Italia, a partire da Milano, Bergamo, Trento e Treviso. La maggior parte di loro proviene dai Paesi dell’Africa subsahariana, soprattutto Nigeria, Sierra Leone, Camerun, Mali e Costa d’Avorio, ma anche dal Marocco e dal Pakistan.

Con gli incontri settimanali pensati per creare un momento di condivisione di vissuti personali e difficoltà quotidiane, il gruppo è diventato nel tempo una comunità forte e affiatata, e uno spazio sicuro dove si può finalmente essere se stessi, oltre ai pregiudizi. «Le persone gay e lesbiche che frequentano il gruppo apprezzano calorosamente la dimensione di mutuo ed auto aiuto ed il senso di appartenenza che vi trovano e che li fa uscire dall’isolamento nel quale spessissimo si ritrovano a vivere, discriminati come sono anche dalle loro stesse comunità etniche», ci spiegano i responsabili. Secondo l’ILGA (International Lesbian, Gay, Bisexual and Trans and Intersex Association), sono almeno 70 i Paesi nel mondo in cui l’omosessualità è perseguitata e discriminata, di cui 13, tra cui Mauritania, Yemen e Arabia Saudita, arrivano a prevedere la pena di morte, e in molti altri Stati essere gay può significare essere condannati a più di dieci anni di carcere o perfino all’ergastolo. Anche per questo motivo, ogni anno, in Europa e in Italia, migliaia di richiedenti asilo LGBTQI presentano domanda di protezione internazionale. L’Unione europea e alcuni Stati membri hanno già compiuto passi concreti e positivi, come il riconoscimento dell’orientamento sessuale quale motivo di persecuzione nell’Articolo 10 della Direttiva Qualifiche, ma le difficoltà restano molte.  

LA CONSAPEVOLEZZA DEI PROPRI DIRITTI

Pink Refugees affianca i suoi membri anche nel (spesso complicato) percorso per l’ottenimento dello status di rifugiato, offrendo assistenza legale e un aiuto in generale per orientarsi nel mondo della burocrazia italiana. «Durante le riunioni ci si occupa anche del disbrigo di pratiche burocratiche, ma soprattutto ci si confronta su cosa significa essere gay, lesbica e trans in paesi dove l’omosessualità è un reato punito col carcere, e in alcuni casi la pena di morte, ed esserlo in altri, come l’Italia, dove invece non lo è. Nei migranti LGBTQI cresce così la consapevolezza dei propri diritti, e la forza del gruppo li accompagna in un percorso diretto ad una sempre maggiore visibilità. Nei casi in cui anche in Italia si ritrovino ad essere discriminati e minacciati, nel gruppo trovano solidarietà e capacità di reagire».

Gli sforzi del gruppo non si sono fermati neanche durante l’emergenza Coronavirus: da marzo è partita la campagna di raccolta fondi “Stavolta, aiutiamoli a casa loro”. Nel momento in cui molti richiedenti asilo e rifugiati LGBTQI si sono ritrovati senza lavoro e senza tutele, l’associazione ha deciso di intervenire per aiutare chi, in questa situazione d’emergenza, si ritrova doppiamente vulnerabile. Al momento sono stati raccolti 4.505 €, poi distribuiti a circa un centinaio di persone in tutto il territorio italiano. Gli incontri di Pink Refugees hanno ufficialmente ripreso con la fine delle misure di contenimento, e i progetti dell’associazione continuano, anche grazie al contributo della Chiesa Valdese che ha deciso di inserire Pink Refugees tra i progetti finanziati con il ricavato dell’otto per mille. Grazie a questo ulteriore contributo, l’associazione finanzierà un corso di italiano per i migranti ma anche un laboratorio artistico.

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