Ama la bellezza in senso lato, dall’arte alla storia, dalla poesia all’architettura. E non è un caso forse, visto che è nato a Casarsa della Delizia, uno dei “luoghi” di Pier Paolo Pasolini. Luigi Carlon, imprenditore, classe 1930, fondatore dell’azienda Index Spa, lo scorso febbraio ha aperto le porte del maestoso Palazzo Maffei – quando ancora si poteva fare – al pubblico.

Un edificio da lui fortemente voluto, restaurato e messo a disposizione di tutti inserendo all’interno un percorso museale composto da oltre 350 opere della sua personale collezione, tra cui quasi 200 dipinti, una ventina di sculture, disegni e un’importante selezione di oggetti d’arte applicata (mobili d’epoca, vetri antichi, ceramiche rinascimentali e maioliche sei-settecentesche, ma anche argenti, avori, manufatti lignei, pezzi d’arte orientale, rari volumi). Oggi chiusa per l’emergenza Coronavirus, la Casa Museo vive ed è visitabile virtualmente grazie a un articolato palinsesto digitale sui social che ne permette, almeno in parte, una fruizione, in attesa che il museo vero e proprio sia di nuovo disponibile. Noi avevamo intervistato il signor Carlon qualche giorno dopo l’inaugurazione. 

La famiglia Carlon

Signor Carlon, innanzitutto quando, come e perché le è venuta l’idea di acquistare uno dei palazzi più belli della città di Verona e di farne un museo?

Era una decina di anni che cercavo una sede appropriata per collocare la mia collezione che ormai a casa non aveva una visibilità e uno spazio adeguati. Diciamo che da me le opere erano abbastanza ammassate e arrivavano quasi fino al soffitto. Per una pura coincidenza ero venuto a sapere che l’immobile, di proprietà di Assicurazioni Generali, andava all’asta e alla gara a buste chiuse, la mia offerta è risultata la più alta. 

C’è un motivo particolare per cui ha messo gli occhi su quel palazzo?

In camera da letto, da ragazzo, avevo un quadro del veronese Carlo Ferrari, detto il Ferrarin, dell’800, che rappresentava Piazza Erbe con Palazzo Maffei sullo sfondo. Dalla finestra, quando entrava un po’ di luce, la sera, il quadro si illuminava proprio sul palazzo e mi chiedevo: “chissà se un domani…”. Al di là di questo, sono contento perché sono altrettanto convinto che le opere d’arte vivano di più se sono viste da più sguardi e da più persone. Sono stato fortunato.

Lei è veronese, non di nascita, ma di adozione. Ha sempre vissuto in città. Il detto nemo propheta in patria, a quanto pare non le importa.

Quello che ho realizzato l’ho fatto col cuore, in maniera disinteressata. E lo rifarei senza pensarci due volte. Non mi aspetto nulla in cambio, anche se i messaggi che ho ricevuto sono stati tanti. Lettere e complimenti di cui mi sono sentito anche in imbarazzo, perché non credo di meritarmeli. 

Le piace la definizione di mecenate?

Qualcuno mi ha definito così, da una parte mi fa piacere, ma io mi sento una persona normale, con i piedi per terra. Se alcune persone lo pensano mi fa piacere, così come il fatto che ci sia entusiasmo attorno a questo progetto e non invidia. C’è stato un grande ritorno di affetto che non pensavo, da ogni parte d’Italia.

L’idea che un “veronese” abbia fatto qualcosa di così bello e grande per la propria città, e per la cultura in generale, mi ha emozionato. 

Molte persone mi dicono di emozionarsi, addirittura di entrare in estasi, altre di sentirsi fiere, da veronesi, di avere nella nostra città questa Casa Museo. Alcune delle opere presenti sono state nei più importanti musei del mondo: il Morandi a Washington, il De Chirico è tornato da poco dalla mostra di Palazzo Reale di Milano, il Burri è stato al Guggenheim Museum di New York…

C’è anche un bel filone scaligero.

Sono nato a Casarsa della Delizia, ma ho sempre vissuto in città in un palazzo storico del ‘300 che ha degli affreschi scaligeri e dei mobili antichi. Mi sono sempre chiesto, perché non dare rilevanza ai pittori e agli artisti veronesi? La pittura scaligera è importante, tuttavia fino all’epoca di Napoleone è sempre stata considerata subalterna a quella di Venezia. Così ho collezionato diverse opere che vanno dal ‘300 e fino all’800.

Qual è stato il primo quadro che ha acquistato? 

Se mi chiede il più importante potrei dirle il De Chirico del 1916, realizzato quando l’artista si trovava a Ferrara, ricoverato in un ospedale. È una delle opere che più rappresenta la sua fase metafisica. L’acquistai alla fine degli anni Settanta. Se invece mi chiede il primo in ordine cronologico, beh, fu proprio di un pittore veronese, Eugenio Degani. Fu lui, assieme a Giorgio Olivieri e a Francesco Arduini, l’unico ancora in vita, a trasmettermi l’amore per la pittura. Per l’antiquariato ero amico di Malavasi, aveva una galleria in Corso Sant’Anastasia che frequentavo spesso. 

E l’ultimo?

A inizio gennaio, un Mario Sironi del 1921. Un artista che descrive bene le periferie, quel senso di solitudine che ritroviamo, per rimanere in tema, anche nelle piazze di De Chirico. 

Sappiamo che alla realizzazione della Casa Museo hanno collaborato molti studenti che accompagnano anche i visitatori. Ci hanno detto di essersene innamorati. 

Tutto l’allestimento che ho cercato di riportare a Palazzo Maffei parte degli spunti che avevo a casa. Con Gabriella Belli, la curatrice, siamo riusciti a dare una forma ad un pensiero. Nello spazio espositivo c’è un percorso, c’è una cronologia, ma ci sono anche degli inserimenti antichi e moderni che potrebbero sembrare audaci, azzardati, eppure la casa mia è così. La Casa Museo è un po’ come casa mia. Sopra un mobile antico ho un Fontana bianco o rosso, e così via. Col professore Valerio Terrarolli, dell’Università di Verona, che ha curato le didascalie delle opere moderne, abbiamo coinvolto gli studenti e, a quanto pare, con successo. 

Le piace pensare che Casa Museo Maffei possa essere una palestra per i giovani?

Magari, è quello che vorremmo. Il Palazzo deve contenere realtà dinamiche, in continua evoluzione, uno spazio vivo, dove si alternano diverse attività, anche didattiche. Popolato, perché no, di giovani.

Probabilmente ha realizzato uno dei suoi più grandi sogni, ne ha altri nel cassetto?

Ho la fortuna di avere le mie figlie che si interessino di questo progetto. Sono felice che lo portino avanti e spero che facciano altrettanto le mie nipotine quando saranno grandi. 

Infine, le chiedo. Questa sua sensibilità artistica l’ha aiutata anche nella sua vita di imprenditore?

Molto. In azienda ho sempre curato l’aspetto estetico dei prodotti, dall’imballo alla pubblicità. Anche se vendiamo materiali per l’edilizia, era mia volontà venderli e presentarli con valore. Curavo tutto l’aspetto marketing e la sensibilità artistica mi è servita anche per distinguermi dalle aziende concorrenti. Insomma, ho cercato di portare un po’ di bellezza in contesti dove comunemente pensiamo di non trovarla.