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Sabrina De Santi, presidente di Aiaf Veneto

Estensione alle aziende con meno di 50 dipendenti della legge sulla “parità salariale”. Incentivi previdenziali alle realtà che la adottano. Welfare integrato a sostegno delle famiglie. Lavoro per obiettivi, flessibile, elastico, con divieto di pratiche discriminatorie. Divieto di dequalificazione al rientro dalla maternità (e dalla paternità). Introduzione di strumenti negoziali flessibili per programmare insieme la vita futura, dal punto di vista economico, familiare, lavorativo.

Sono alcuni dei punti di cui è composto il Manifesto di Aiaf Veneto (Associazione Avvocati per la Famiglia e i Minori) redatto insieme a Federmanager Verona in occasione della Giornata Internazionale dei diritti delle donne.
Dieci punti, vere e proprie proposte di legge, di cui avvocate e imprenditrici hanno discusso martedì 8 marzo durante un convegno su Zoom dal titolo “Contro la disparità di genere nel lavoro”.

«Abbiamo deciso di stilare questo Manifesto insieme a Federmanager – spiega l’avvocata e referente della sezione veronese di Aiaf Veneto Gabriella de Strobel– perché la parità di genere nel lavoro è una questione di giustizia sociale, è una opportunità per promuovere uno sviluppo sostenibile e inclusivo, e perché le donne non devono più essere costrette a scegliere tra l’essere madri o fare carriera».

La parità, sulla Carta, esiste già. L’articolo 37 della Costituzione stabilisce infatti che “la donna lavoratrice ha gli stessi diritti e, a parità di lavoro, le stesse retribuzioni che spettano al lavoratore. Le condizioni di lavoro devono consentire l’adempimento della sua essenziale funzione familiare e assicurare alla madre e al bambino una speciale adeguata protezione.”

«L’introduzione nel 2000 della disciplina dei congedi parentali – spiega la Presidente di Aiaf Veneto Sabrina De Santi – ha rappresentato un sicuro progresso, tuttavia l’attuazione dell’art. 4 della Costituzione richiede la parità sostanziale delle donne rispetto agli uomini e una politica di conciliazione tra lavoro e famiglia ancora lontana dall’essere realizzata».
«Nel nostro Paese – prosegue De Santi – l’affermazione che i figli hanno diritto a godere di entrambi i genitori sembra valere soltanto quando la famiglia si disgrega. Sarebbe auspicabile che politiche familiari efficaci, volte a ricalibrare i carichi di lavoro, fossero messe in atto quando la famiglia ha ancora la volontà di esistere».

I dati del 2021

Il Manifesto ha preso le mosse da numeri molto esplicativi, stilati nel rapporto annuale dell’Osservatorio mercato del lavoro competenze manageriali di 4.Manager: in Italia le donne lavoratrici sono il 42 per cento; le dimissioni delle neo mamme sono aumentate del 25% nel 2018, secondo lo studio dell’Ispettorato del Lavoro. L’Istat rileva che circa 5 milioni di donne non diventano madri perché non si possono permettere di perdere il lavoro o passare al part-time. Le donne presenti nei consigli di amministrazione toccano appena il 14,5% del totale, mentre all’Università solo 2 rettori su 83 sono donne.

E, ancora, la gravidanza è considerata un ostacolo all’assunzione o alla prosecuzione del rapporto di lavoro (Cass. Civ 5476/2021; Consiglio di Stato 8578/2021; Corte d’appello 782/2021). E di più: se la donna lavora nell’impresa del marito si presuppone che il suo lavoro sia gratuito (sentenza Tribunale di Verona 2017).

E l’uguaglianza non sarebbe un risultato importante “solo” per le donne. «La parità di genere -spiega Mariella Ruberti di Federmanager Verona – porterebbe vantaggi economici per l’intera economia italiana. La Banca d’Italia stima infatti che, se il tasso di occupazione femminile aumentasse (arrivando al 60%), il Prodotto interno lordo (Pil) crescerebbe del 7%».

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