Era inevitabile. La pandemia ha avuto ripercussioni pure sulle adozioni internazionali. Viaggi interrotti per le famiglie che avevano avviato il complesso iter per adottare un bambino proveniente da un Paese lontano. Con voli aerei sospesi, frontiere chiuse, spostamenti all’estero ancora limitati per il timore del contagio e di nuovi focolai. Temporaneamente. Perché, pur nel clima di grande incertezza, la speranza è ancora una delle coordinate che rimane impostata nella vita degli aspiranti genitori. E tra gli operatori che lavorano nel settore. 

«Non potendo viaggiare, le pratiche in corso stanno subendo com’era prevedibile dei ritardi. Di conseguenza provocano ansie, preoccupazioni, pensieri poco positivi nelle coppie che già affrontano la lunga procedura dell’adozione internazionale. Quello causato dal Coronavirus è un ulteriore intoppo a cui devono far fronte…», esordisce Luciano Vanti, presidente di Nadia Onlus, fondata nel 1996 da un gruppo di famiglie adottive desiderose di condividere l’esperienza vissuta. Inserita dal 2000 nell’albo degli enti autorizzati per lo svolgimento delle pratiche di adozione internazionale, lo scorso anno l’associazione di volontariato con sede in via Bernini Buri ha portato a buon fine 67 adozioni in prevalenza da Federazione Russa (40) e Colombia (10) oltre che da Lituania, India, Moldavia, Polonia, Bulgaria e Thailandia. Dietro a questi numeri e luoghi c’è la determinazione di coppie che hanno saputo superare i confini, sia geografici che burocratici.

I NEO-GENITORI AL MOMENTO DEL LOCKDOWN

La collaborazione con la Farnesina, la Commissione italiana adozioni internazionali, i consolati e i referenti sul posto ha permesso di gestire al meglio le situazioni all’estero, per esempio per quei neo-genitori che al momento del lockdown si trovavano fuori Italia. In generale, aggiunge, «abbiamo cercato di sostenere le famiglie attraverso colloqui continui. Per mantenere aperto, seppur nella modalità della videoconferenza oppure via telefono, un canale di dialogo e per offrire il supporto psicologico necessario. L’obiettivo è talmente importante che abbiamo fatto il possibile per adeguarci alle circostanze». Nel caso di adozioni concluse da poco, la vicinanza è altrettanto essenziale: «Non dimentichiamo il disagio di un bambino, magari con abitudini diverse, che si è ritrovato in un ambiente per lui nuovo, senza la possibilità di uscire da casa durante la quarantena».

Allargando lo sguardo al futuro, è difficile fare previsioni sul sistema delle adozioni dopo lo tsunami causato in precedenza dalla crisi economica, ora dall’emergenza Covid-19. E dopo un anno, il 2019, in cui la numerosità delle coppie è scesa per la prima volta sotto la soglia delle mille unità, come emerge nell’ultimo report della Commissione per le adozioni internazionali. «A fine 2020 avremo delle statistiche più basse, ma guardiamo con moderata fiducia alla riapertura che le compagnie aeree stanno dichiarando. Sono segnali di ripartenza che, in un momento in cui viviamo molto di percezioni, riscaldano il cuore e danno la forza di attendere», ci tiene a precisare Vanti. 

La cosa drammatica, conclude, «è che i bambini che aspettano una famiglia probabilmente saranno destinati ad aumentare. Per questo dobbiamo proseguire il nostro lavoro con speranza. Quella dell’adozione, dell’accogliere un figlio non nato in famiglia con tutto ciò che ne consegue, è un’avventura che non ha eguali». Finalità dell’adozione internazionale è fare in modo che venga rispettato il diritto di ogni bimbo ad avere una casa in cui crescere serenamente. Perché quei figli senza una mamma e un papà non restino in un altrove privo di legami di affetto.