Francesco Sauro

È recente la notizia di due studi approvati dall’Agenzia Spaziale Europea (ESA) volti a progettare la prima missione dedicata all’esplorazione delle grotte lunari, una testimonianza geologica incontaminata della storia della Luna, ma anche un ipotetico rifugio per futuri esploratori e basi spaziali. Tra chi sta lavorando per rendere la missione possibile c’è anche Francesco Sauro, speleologo e geologo di fama mondiale, residente a Bosco Chiesanuova, già consulente dell’ESA per l’addestramento di astronauti per future missioni di esplorazione planetaria.

Sauro, cosa sappiamo oggi delle grotte lunari?

Sappiamo della presenza di queste grotte sulla Luna, così come su Marte, da circa 15 anni. L’argomento è stato studiato dalle immagini satellitari e attualmente su Marte sono conosciuti oltre 1300 ingressi, sulla Luna circa 270.

Oltre questi ingressi?

Non abbiamo nessuno strumento in grado di dirci cosa ci sia oltre l’ingresso di questi buchi. Sono stati fatti vari studi geologici, io stesso sono autore di uno dei principali in materia pubblicato nel 2020, che dimostrano come questi ingressi siano dei colli di soffitti di tunnel lavici, grotte formate da flussi di lava sotterranei.

Un ingresso di una voragine su Marte (credits NASA)

Simili a quelli che possiamo aver visto sulla Terra?

Poiché su Marte e sulla Luna la forza di gravità è minore di quella terrestre, questo porta delle differenze nei processi di formazione delle grotte, rendendole molto più grandi di quelle terrestri. Con la ridotta gravità arriva molta più lava in superficie e il soffitto di un tunnel che sulla terra potrebbe crollare qui è molto più stabile.

Di che dimensioni parliamo?

Su Marte intorno ai 200-300 metri di larghezza, ma sulla Luna addirittura di un chilometro. Ovviamente sono stime realizzate in base a quanto sappiamo ora, non abbiamo la certezza che sia così, per quanto possibile.

Un mondo sotterraneo da esplorare, la sua specialità.

Lo chiamo il “lato oscuro” della Luna, e sì, non ne sappiamo quasi nulla. Accedervi sarebbe interessante per poter studiare il sottosuolo lunare anche da un punto di vista geologico, essendo le perforazioni in superficie estremamente complesse.

Che tipo di ambiente dobbiamo immaginarci?

Le grotte sono ambienti molto particolari, schermati dalla radiazione cosmica del Sole e dal vento solare, non presentano estreme escursioni di temperature. Sottoterra, stando ai modelli che abbiamo, le temperature dovrebbero essere molto più accessibili, con temperature medie intorno ai 30 gradi.

Più adatte quindi all’attività umana?

Temperature che permetterebbero la realizzazione di basi planetarie con maggiore facilità di quanto sarebbe realizzarle in superficie.

Su Marte invece?

Qui l’interesse è ancora maggiore. Sappiamo che su Marte ci sono state condizioni buone per la vita circa 4 miliardi di anni fa, vita resa poi impossibile dall’atmosfera rarefatta e l’alta presenza di radiazioni ultraviolette. Se è esistita, però, potrebbe essersi rifugiata nel sottosuolo.

Parliamo di eventuali scoperte di portata epocale. Quali sono le difficoltà per la comunità scientifica?

È molto difficile organizzare una missione per esplorare queste cavità, perché cominciano con profondi buchi verticali e non possiamo usare un rover come quelli già inviati su Marte o sulla Luna. Servono tecnologie nuove, direi avveniristiche: di fatto dobbiamo inventare dei modi per riuscire a scendere ed esplorare il sottosuolo. Serve tener conto anche dell’assenza di luce, di energia, della difficoltà nelle comunicazioni con la Terra: la complessità è elevata.

La sonda Daedalus, uno degli elementi innovativi tecnologici studiati recentemente da ESA insieme con una cordata internazionale guidata dall’Università di Wurzburg (credits Wurzburg University)

Studiate la Terra per prepararvi a questo?

Usiamo le grotte che conosciamo sulla Terra come analogo di quello che potremmo trovare su altri pianeti, come ad esempio i tubi lavici presenti sull’isola di Lanzarote. Le differenze sono però notevoli: diverse gravità, le differenti storie geologiche. Basti pensare che i vulcani lunari si sono formati circa 3 miliardi di anni fa, una grotta antichissima rispetto ai parametri terrestri. Noi a malapena abbiamo delle rocce così antiche, figuriamoci delle grotte.

Lei nello specifico di cosa si sta occupando?

Per conto dell’ESA sono stato nominato coordinatore del Topical Team, un gruppo di 17 scienziati di diversi paesi europei che si occupano di grotte. Il gruppo curerà l’aspetto scientifico di future missioni nelle grotte lunari, studiandone la fattibilità, definendone obiettivi e punti di interesse.

La data del 2033 per la prima missione di esplorazione del sottosuolo lunare è realistica?

È un’indicazione entro la quale potremmo farcela, ma ci sono davvero tantissime tecnologie nuove da sviluppare e servirà la partecipazione e la collaborazione dei diversi settori che si occupano di Spazio.

Ci stanno lavorando anche altre agenzie spaziali?

La NASA ci sta lavorando con delle missioni, seppur più semplici e meno sofisticate rispetto a quelle che proponiamo noi. L’ideale sarebbe unire le forze: parliamo di una missione che porterebbe una grossa novità a livello spaziale, perché ci mostrerebbe qualcosa che le persone, e gli scienziati stessi, non riescono neanche a immaginare.

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