Chiamiamolo come vogliamo: lockdown, quarantena, isolamento. Questi tre mesi contrassegnati dalla presenza del Coronavirus nel nostro Paese, con tutti gli annessi e connessi del caso, non sono stati semplici. C’è chi ne ha giovato, ritrovando la tranquillità che si era perduta in mezzo alla frenesia della quotidianità. C’è chi non si sbilancia e sostiene di aver riscontrato sia lati positivi che negativi in questo lockdown. E, infine, c’è chi questa quarantena l’ha vissuta come una guerra: a volte contro se stesso, a volte contro i propri conviventi o, ancora, contro il famigerato smart-working (che spesso non è stato proprio “smart”). Eppure, ora che l’attesa Fase 2 sembra aver fagocitato le paure dei più, dando vita così a una sorta di “rinascimento” post-Covid, qualcuno i segni di quella guerra li porta ancora dentro di sé. L’Università di Padova, in collaborazione con l’Università della Campania, ha analizzato la qualità del sonno in un campione di 1310 persone prima e durante il lockdown. Ne è emerso che quasi la metà, se non di più, dei partecipanti ha sviluppato disturbi del sonno, ansia, paura e difficoltà a tenere traccia del tempo. Per capirne di più ne abbiamo parlato con lo psicoterapeuta veronese Filippo Mantelli.

Dottor Mantelli, in questa quarantena c’è chi si è trovato bene e chi male. Da cosa deriva questa differenza nella risposta all’isolamento dal resto del mondo?

In parte deriva dalla situazione precedente al lockdown. Chi aveva già delle sofferenze sul profilo psicologico prima, sicuramente ha vissuto questo periodo come un aggravamento ulteriore dello stato psicologico e ora si è trovato con un carico emotivo ancora più pesante. Ma ne hanno sofferto anche persone che prima non avevano gravi problematiche psicologiche e che però si sono trovate a fare i conti con la solitudine o con la convivenza forzata insieme a parenti e compagni senza poter uscire. In generale chi tende ad essere un soggetto ansioso o depresso ha vissuto male la quarantena perché non ha potuto attuare quelle strategie che usiamo per alleggerire il carico emotivo: uscire o stare con persone che ci fanno stare bene.

Quindi si può parlare di vero e proprio “stress da quarantena”?

Assolutamente sì: è stato uno stress per tanti motivi e su tanti fronti e i danni li vediamo: molte persone hanno manifestato il proprio malessere in diversi modi magari più evidenti. In modo più implicito, per noi psicologi c’è stato un incremento sensibile di richieste di aiuto. Anche per la tipologia di stress che abbiamo sopportato: la chiusura in uno spazio ristretto, magari senza poter uscire al sole, con le luci artificiali. Questo dal punto di vista ormonale e endocrinologico crea uno sballamento dei ritmi circadiani. In particolare l’esposizione prolungata ed eccessiva agli schermi crea interferenze con la melatonina, che è l’ormone del riposo, e il cortisolo che è l’ormone dello stress.

Filippo Mantelli

Correlato a questo problema c’è un nuovo disturbo che ha afflitto chi ha “abusato” delle videoconferenze in smart-working durante il lockdown, la cosiddetta “Zoom fatigue”… 

Su questo discorso ci sono sempre più studi che confermano che gli schermi emanano delle luci che vengono recepite dall’occhio creando così interferenze con il circuito ormonale della melatonina. Molte persone stando davanti a schermi per tanto tempo hanno riscontrato dei disturbi del sonno che poi hanno avuto ricadute sull’attenzione, concentrazione e sulle prestazioni cognitive. Inoltre la videoconferenza è una modalità che siamo abituati a tollerare nella nostra vita normale per eventi occasionali, ma ci siamo trovati a usarla in modo intensivo. Ci priva della relazione diretta e del contatto umano visivo e fisico: è un tipo di relazione a cui non siamo abituati. Per di più chi non era abituato a usare le tecnologie ha sviluppato stress perché ha dovuto imparare, ma anche chi era abituato si è trovato spesso a usare degli strumenti che potevano avere dei problemi, come la connettività.

Esistono metodi per tenere alla larga lo stress e i disturbi ad esso legati?

Sulla mia pagina Facebook avevo fatto una diretta per gli utenti in cui segnalavo i disturbi che potevano manifestarsi durante il lockdown e uno dei consigli che davo spesso era di non considerare tutti i giorni uguali, ma cercare di mantenere anche nella quarantena delle routine che ci ricordassero la nostra quotidianità, il pranzo della domenica, l’attività fisica del lunedì sera o del mercoledì pomeriggio. L’altro consiglio è quello di non sfasare il ritmo sonno-veglia perché il nostro sistema fisiologico risponde a delle abitudini precise. 

Alcune persone terminata la quarantena hanno avuto reazioni particolari: c’è stato chi non voleva più uscire di casa. Come mai?

Per quanto sia stato faticoso abituarsi a quel nuovo stile di vita, in qualche modo ci siamo costruiti delle certezze in questi due mesi e mezzo. Per cui ci siamo creati la nostra nicchia psicologica di sicurezza all’interno del nostro “bunker” di casa e uscire di nuovo ha comportato l’affrontare di nuovo le paure e le incertezze. Per qualcuno sta diventando un problema.