Foto di Simone Pasotti

Sulla strada per Rabat, il nero asfalto incontra il bianco luminoso delle calle selvatiche. Abbiamo appena lasciato la città blu, Chefchaouen, e negli occhi tratteniamo ancora l’indaco acceso del paese che “guarda le vette”: sono le verdi montagne del Rif, come ci spiega la nostra guida locale, quelle altitudini rocciose della regione più settentrionale del Marocco.

Due volte a settimana i suoi abitanti scendono da quelle alture per raggiungere la medina antica: commerciano formaggi, carne, pelli. Per pochi dirham si può anche acquistare, quel pigmento colorato. Ci spiegano che quel blu incastonato nella roccia serve a placare lo sguardo quando d’estate il sole pervade i vicoletti di Chefchaouen: fossero bianche tutte quelle case attirerebbero troppi insetti e accecherebbero i suoi abitanti.

Tutto sembra suggerirlo: il Marocco è un tripudio di colori, un caleidoscopio dove esercitare la meraviglia. Ci perderemmo se non fossimo accompagnati; gli arabeschi dei viottoli sfidano il nostro senso dell’orientamento. Sono novemila le viuzze di Fès, la più antica delle quattro città imperiali, anche sede della più prestigiosa università del Nordafrica Musulmano: il suo vicolo più stretto misura appena mezzo metro.

C’è il quartiere delle concerie: le abbiamo viste tutte sotto un cielo grigio carico di pioggia quelle vasche colme di tinture naturali dove si trattano pelli di agnello e cammello. Poi quello dedicato agli abiti da cerimonia: è tradizione che lo sposo ne regali sette alla sua sposa di quegli abiti ricamati d’oro. Tra il quartiere dei conciatori e dei tintori poi, Place as-Seffarine stordisce con il suo baccano metallico: battono instancabili colpi di martello gli artigiani che lavorano l’ottone e il rame e svolgono ancora oggi il mestiere più antico di Fès.

Nei banchetti per strada i dolci tipici, ricchi di miele e frutta secca, vengono assaliti dalle api: sono gli stessi che inaugurano la nostra lezione di cucina marocchina a casa di Fedoua e Samadi. L’ospitalità marocchina inizia sempre con una tazza di tè alla menta: non manca mai negli splendidi riad dove alloggiamo, le abitazioni tipiche che hanno il loro fulcro nel cortile interno dove trovarsi a fumare la shisha, il narghilè che scegliamo al sapore di menta.

A Casablanca, oggi la capitale economica del Marocco, si conclude il nostro viaggio: prima di partire visitiamo la grandiosa moschea di Hassan II. Inaugurata nel 1993 è la più grande moschea del Marocco. Si affaccia sull’oceano Atlantico perché “il trono di Allah è sull’acqua”. Al piano inferiore, trovano spazio gli hammam della moschea. Decidiamo di dedicare a questo tradizionale rituale di bellezza il nostro ultimo giorno: trascorro con Hesna, la masseuse a cui vengo affidata, un’ora e mezza: prima l’energia del gommage, poi le soavi carezze del savonnage e del massaggio, infine, all’olio di argan. “Doucement, doucement, madame Giulia” continua a ripetermelo mentre camminiamo mano nella mano sul pavimento umido, preoccupata perché io possa scivolare.

Sono stata in Marocco e ho la sensazione che servirebbe una quinta stagione dell’anno per trovare dimora alla meraviglia che ho provato: il sapore del tè alla menta mentre si fuma il narghilè, il muezzin che nel cuore della notte chiama alla preghiera, e il blu di Chefcaouen ancora negli occhi.

banner-gif
Articolo precedenteLe opere del Caroto che incantano la Gran Guardia
Articolo successivoIn Valpolicella si va a scuola di sostenibilità