La vita in una missione veronese nel cuore di un’Africa svuotata dalla fauna della savana, riempita, nei sogni, da piante di mais sperate (e quindi disegnate sulla bandiera nazionale). Una terra, il Mozambico, dove c’è la malaria, dove le strade sono di fango e dove sorgono certi sorrisi diversi da tutti i precedenti.

PARTE LA PSICOSI SUL CAMPO DA CALCIO. Ad ogni goal segnato i bambini corrono verso di me e mi danno il cinque. Dopo qualche giorno la stranezza del giocare con un “bianco” lascia spazio alla curiosità. Uno di loro mi dà il cinque, questa volta senza gridare, e si annusa la mano. Non si stancano mai dello stupore i bambini, che continuano a correre quando ci vedono passare in macchina. Cinguettano un “Tatavoo”, che fa da “ciao” mentre sventolano mani come bandiere. Quello è il loro inno. La bandiera dei grandi invece è costituita da una zappa, un fucile e un libro, riuniti nella cornice di una ruota dentata. Lavoro, rivoluzione e istruzione, e poi una speranzosa ricchezza industriale simboleggiata da una pianta di mais. In alto una stella rossa rappresenta l’ordinamento socialista dello stato. Profuma di primavere non troppo lontane l’emblema del Mozambico, che mi si sbatte in faccia ogni volta che cerco di localizzarmi nelle cartine geografiche. Siamo a nord, nel distretto di Nampula, zona oceano, di fronte c’è il Madagascar. Qui a fuggire dalla patria sono stati gli animali della savana: non ci sono leoni, leopardi o gazzelle. Sono scappati nel 1974 con la guerra per l’indipendenza del Mozambico e poi con la guerra civile tra i due gruppi Renamo e Frelimo, rispettivamente il partito della Resistenza Nazionale Mozambicana e il Fronte di Liberazione del Mozambico. Con i colpi sparati nelle battaglie fino al 1994 (anche se ufficialmente il ’92) sono rimasti solo quei pochi animali che potevano nascondersi. Ci sono cobra, tarantole, scorpioni, loro sì che ce l’hanno fatta. Caesar, che svolge alcuni lavori per la missione, ogni tanto lo senti che colpisce con la spada, anche di notte, e ammazza un serpente. Lo chiama “sette passi”, perché se ti morde ti accasci prima di arrivare a otto. Qui si cammina scalzi e la terra dà sempre la fresca sensazione di essere vivi. Ogni mattina ci spostiamo dalla missione per andare ad incontrare le comunità. Sono trenta, e sono sparse per Namahaca, nel distretto di Nampula. Mi accompagnano Don Alessio, Suor Giulia, Don Francesco e Don Emanuele, poi le due portoghesi Suor Ducilene e Suor Maria. Si celebra la messa, qualche volta un matrimonio; i rituali cambiano, tutto è cantato e ritmato da tamburi, o aggeggi artigianali che, se scossi, provocano euforia. Ci si trova sotto ad una grande pianta, c’è qualcuno che tra le mani ha il pranzo da preparare per i presenti. Un giorno c’è un signore che mette una gallina sul fuoco, ma per la maggiore va la polenta di manioca. Quella si prende con una mano, si appallottola e si inzuppa dentro un sugo composto da cipolla rossa e qualcos’altro di indefinibile. Oppure riso in bianco con condimento di fagioli e cipolla.

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MI PRESENTO COME OSPITE. Sono Marco, ho 27 anni e non sono sposato. Ah, e «il nome di mio papà è Michele, quello di mia mamma Flores e mia sorella Monica». Tradotto in makua, Marcush, Miguel, Florensia e Monicua. Nessuno ti chiederà altro. Risulto strano, quasi incompreso perché ho 27 anni e non ho neanche un figlio. Non ho neppure la scusante “di essere un prete”. A fianco a me un 25enne che ha sei bambini che lo aspettano a casa. Tutto, in questo Paese, si fa e si dice in lingua portoghese e poi in makua. Una mattina sono uscito all’alba e ho zappato la terra con Angelina e i figli. Esmeraldo e Joaquinho mi scrivono sul taccuino “Nmiyano Nsinanaca Marcos” (io mi chiamo Marco, ndr), poi capisco che mangiare si dice più o meno “oglia” e li saluto. L’acqua porta via tutto nel periodo delle piogge, che va da dicembre a marzo. Anche la terra delle strade dove ogni tanto i bambini si appostano con la zappa per tappare le buche e racimolare qualche meticais (la moneta mozambicana). E con l’acqua arrivano anche le zanzare, che qui volano con il peso della malaria, e ammazzano la gente. Mentre sono giù, due dei nostri si ammalano: la loro pelle diventa gialla, perché la malaria colpisce il fegato, hanno febbre alta e il Centro di Salute a pochi passi da casa. Qui si fa gratis l’esame per vedere se si è contratto il virus, e si dispensano le medicine per curarla. Si alzano le prime luci dell’alba e una bambina che avrà dieci anni porta due secchi pieni d’acqua impilati in testa, due da venticinque litri. La seguo a casa di Rosalyn, un sorriso grandissimo, i capelli tagliati corti e una risata poco contenuta. Trascino due secchi che gravano sulle braccia perché la testa ne può portare solo uno. Rosalyn ride e Joaho mi chiama. Non lo vedo. È nascosto tra la paglia del tetto che copre la sua casa. Magro, definito, all’alba dei 47 anni e 9 figli. Spunta fuori e sorride