“Ha fatto il giro del web”: espressione abusata, che però riflette la diffusione della notizia del parto in casa a Cerro Veronese, pubblicata sul nostro dailyverona.it a inizio novembre. Mamma Alice ha dato alla luce Bianca con una decina di giorni di anticipo, con l’aiuto di papà Giuseppe e l’assistenza al telefono di un operatore del 118. Migliaia i clic sulla notizia, centinaia le condivisioni e i commenti sui social.

Papà Giuseppe, mamma Alice e la piccola Bianca

Un evento lieto, ma casuale e non programmato. C’è chi, invece, chiede che nascere in casa non sia solo una fatalità, ma possa essere una scelta consapevole.

«La nascita a casa, oltre a sembrare strana e rischiosa, è poco conosciuta e valorizzata. Per questo abbiamo sposato la causa promuovendo un’istanza che permetta di avvicinare questa realtà» spiegano Michela e Daniele, coppia di genitori veronesi. Insieme a Pamela e Diego hanno coinvolto altri genitori e ostetriche nell’invio alla Regione Veneto di un’istanza, per chiedere un sostegno economico a chi intraprende questo percorso, come già accade in vari Paesi europei e alcune regioni italiane.

Pamela e Diego con Sole

Le spese per l’assistenza di un’ostetrica a casa ricadono infatti sulle famiglie. Spese che per molte di loro rischiano di non essere accessibili. Ma perché una futura madre dovrebbe scegliere il parto in casa? «Altre donne in ospedale si sentono al sicuro – racconta Pamela –, io invece volevo ascoltare il mio corpo e partorire in un posto dove posso rilassarmi e anche il papà è coinvolto al cento per cento. In ospedale spesso ci sono protocolli rigidi, che non discuto, ma possono limitare. L’ostetrica ti segue in modo personale e riesci a rispettare meglio i tuoi ritmi».

L’Oms, d’altra parte, già nel 1996 diceva: «Una donna dovrebbe partorire nel posto in cui si sente più sicura, a suo agio, e dove siano possibili le cure appropriate. Per una donna gravida a basso rischio questo posto può essere la casa». Gravidanza a basso rischio e un ospedale a 30-40 minuti di distanza. Questi e pochi altri sono i requisiti, insieme all’assistenza di personale specializzato.

«In provincia di Verona esistono almeno tre centri che si occupano di parti in casa» spiega Pamela. «Io sono stata in ospedale solo per le ecografie. L’aspetto secondo me più importante è la relazione che si costruisce con l’ostetrica. Diventa un sostegno emotivo, un punto di riferimento per tutto il percorso. Affidandomi a queste persone non ho mai sentito paura in vista del parto».

Mentre Pamela ha seguito questa strada già per la primogenita Sole, Michela ha avuto sia l’esperienza dell’ospedale, con Nina, sia quella del parto in casa con Joy Noelia, in pieno lockdown. «Ci siamo sentiti più sicuri, accolti e valorizzati fra le mura domestiche» dicono Michela e Daniele. «Abbiamo scelto di credere nelle nostre capacità, nelle capacità della piccola nata e nella cura delle nostre ostetriche che per i 9 mesi precedenti ci sono state vicino fisicamente e mentalmente».

Michela e Daniele, parto in casa di Joy Noelia

Da queste esperienze è nata la richiesta alla Regione Veneto di considerare il rimborso delle spese per i parti in casa. Nel mezzo di una pandemia evitare passaggi in ospedale sembra una scelta ragionevole. Nel Veronese, poi, negli scorsi mesi le partorienti hanno anche dovuto fare i conti con la chiusura del punto nascite di Borgo Trento per il caso Citrobacter Koseri.

Per ora da Venezia non sono arrivate risposte. «Non pretendiamo che la Regione attivi i rimborsi dall’oggi al domani – aggiunge Pamela – ma almeno avere un confronto, aprire la discussione».

Per informazioni e partecipare alla firma dell’istanza: natiacasa@yahoo.com

Altre informazioni: www.nascereacasa.it

Video-appello dei genitori su Facebook.

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