Cedro

Vivono e lavorano in Arabia Saudita, in Kuwait, a Dubai. Tornano un weekend su due in quel Paese che continuano ad amare durante la settimana.

Chi sono i giovani libanesi di oggi? Ne abbiamo incontrato qualcuno a Beirut,  di sfuggita,  per  il fine settimana.

di Miryam Scandola

DI PHILIP, E DI QUEL LAVORO IN KUWAIT. «Là ci sono esclusivamente libri di cucina e sull’interpretazione dei sogni, non le trovi le librerie: a che servono?». Ha ben chiaro la differenza con il qui, con il suo Libano, Philip, ingegnere nel settore del petrolio e pendolare settimanale, se così possiamo dire, nel vicino Kuwait. Ci lavora fino a giovedì, quando inizia il weekend islamico. Prende il biglietto e in qualche ora è a Beirut.

moschea«Ci vado per tagliarmi i capelli, per sistemare un paio di cose e per respirare la libertà». Rimane a malapena un giorno nella terra dove i libri non solo ci sono, ma probabilmente sono anche iniziati. Nella città di Jbeil, a nord, «i fenici hanno sviluppato il loro alfabeto lineare», il padre diretto delle nostre parole occidentali, per capirci.

Philip parla, indica, sorride. Ha 35 anni e lo idealizza il suo Paese, perché non lo riesce a vivere. «Non si trova lavoro qui, un po’ come da voi». Passiamo davanti al Parlamento, bianco, splendente. È nuovo «perché non lo usano mai», fa dell’ironia di qualità perché li sa a memoria gli indici di produttività dei suoi politici. E sono, come dire, migliorabili. D’altronde dopo due anni di poltrona vacante, è da poco che hanno un presidente della repubblica. Quel Michel Aoun che, recentemente, ha detto che non è pensabile disarmare Hezbollah finché Israele continua ad occupare terra libanese.

parlamento«Quello è il loro quartiere», abbassa la voce Philip quando parliamo del movimento di guerriglia che controlla il Sud e anche i corridoi della politica. Non dice niente di più. Accarezza il federalismo come ipotesi, la sua, per risolvere le differenze che dividono il Paese in percentuali: tra sunniti, sciiti, cristiani, ebrei e tutte le svariate minoranze. «Hanno messo una croce fosforescente sul campanile, così nelle foto, non si vede solo la moschea di Al Madin ma anche un pezzo della chiesa cristiana maronita che nasconde».

Siamo davanti allo splendore dell’architettura islamica voluta dall’ex premier Rafiq al-Hariri ad immagine e somiglianza della Moschea Blu di Istanbul. La risposta è il campanile fatto costruire in fretta, che stona con la facciata. Ma che importa, serviva un segno, dopo tutti quei nuovi minareti.

«La rivincita cristiana di fronte alla tradizione che l’islam ci sta rubando». Dice con il sorriso che si confonde con un po’ di amarezza, Philip. Poi saluta perché è sabato, deve prendere l’aereo: la domenica si lavora in Kuwait, è il primo giorno della settimana.

DI SALIM, E DI QUELL’ARABO MESCOLATO. Quando va a comprare la frutta inizia con un bonjour, ci aggancia un paio di subordinate in arabo e conclude con un bye. Salim, 26 anni quasi 27, fa fatica a scegliere una lingua. La sintesi del suo parlare è un’amalgama naturale. La diaspora della colonizzazione si insinua nelle sue frasi, come in quelle dei tanti coetanei che l’arabo lo parlano ma non lo sanno scrivere bene.

Ci ha dedicato una canzone su questo chiacchierare aggrovigliato, pure il cantante franco libanese Bachar Mar Khalife. Intona Balcoon in arabo, francese e inglese come sonoro riassunto del Libano giovane di oggi. Salim è nato nel 1990, con la fine della guerra civile. Ma ha fatto in tempo a vedere le truppe siriane andarsene nel 2006, dopo l’assassinio del premier Hariri, dopo la rivoluzione dei cedri.  Sta a Dubai durante la settimana e quando gira per le strade della sua città preferita, Beirut,  più che un cicerone sembra un turista.

Nella foresta dei cedri di Dio, dove sono ancora silenti quegli stessi tronchi guardati dai fenici, dagli assiri, dai babilonesi, Salim sembra un fotografo impazzito. «Metti su Facebook questa foto, quella con il cedro più grande – insiste –  i tuoi amici italiani devono vederlo. È uno dei più belli».

solidereDI RAMI E LARA, E DI QUELLA SPAZZATURA BOICOTTATA. La Parigi del Medio Oriente è l’epiteto che il Libano si è tenuto stretto per anni. Sembra ancora quella gemma incastonata nel Mediterraneo se si guardano i tantissimi turisti dei paesi del Golfo che affollano i ristoranti. Alla fine di un lungomare di fasti dove i grattacieli  guardano gli yatch, nel sorriso insistente della ricchezza c’è, però, lui. Il Saint George, l’hotel simbolo. L’hanno drappeggiato con un cartellone infinito“Stop Solidere” che mitiga appena il buio di una facciata di finestre spente.

Prima si affacciava tutto il bel mondo da quell’albergo, emiri, presidenti, spie come lo 007 britannico Kim Philby , bellezze come Marylin Monroe, e pure, si racconta, un giovane Osama Bin Laden. Solidere è la società fondiaria dal profilo privato e pubblico nebuloso, che negli anni ’90 ottenne, chiavi in mano, il compito di dare un nuovo volto al Libano disastrato. Un capitolo ancora faticoso della storia recente.

Lì vicino c’è un video che va 24 ore su 24, come quelli interattivi dei musei, ed elenca i soprusi speculativi di Rafiq al-Hariri, amatissimo – non proprio da tutti- politico e affarista ucciso nel 2005 proprio lì davanti. Il cestino accanto al Saint George, è un cumulo di bicchieri di coca cola, di lattine di fazzoletti appallottolati. Sta sotto allo schermo di una resistenza piccola eppure costante.

Libano«Il governo lo boicotta, e dice agli spazzini di non svuotarlo» dice Lara, che fa la farmacista. Suo fratello Rami, quasi 30 anni, aggiunge dettagli. Parla di tutto ma della Siria solo su richiesta. «Il problema di oggi, per noi, sono i rifugiati. I bambini libanesi vanno a scuola la mattina, mentre il pomeriggio, quando loro sono a casa da un pezzo, i piccoli profughi siriani arrivano ad occupare i banchi. Non si incontrano mai».

Sono passati quasi quarantacinque anni dalla guerra civile e il vero interrogativo del Libano di oggi, è quanto, davvero, ricordare. E se si possa compiere il crimine bianco di andare avanti, con la Siria da un lato, Israele dall’altro.