Festeggiare un tempo nuovo, non ha scadenza che la propria, arriva quando deve arrivare, e il tempo di poter staccare dalla frenesia del dovere a volte è un lusso. Così capita che tolta la spina del contingente affannoso, in pochi giorni la mente e il cuore riescano ad alimentarsi di tutto ciò che gli arriva, li punge e solletica, a volte di ciò che affonda o riconosce radici ed è epifania.

Altrettanto, qualche giorno per se stessi, un breve viaggio in una terra nuova (Olanda e Van Gogh), una ricorrenza che è nascita ogni volta (Natale), un libro (Luca Bianchini, So che un giorno tornerai”), un discorso (Presidente della Repubblica Sergio Mattarella), uno spettacolo (Danza con me), le persone care e gli amici che non senti da un po’, le luci, l’atmosfera, ti portino folate di pensieri ed emozioni che a volte sono bora che unisce e trasporta tutto quel che trova, che poi posa altrove prima di andare via, e devi riordinare, dare un senso.

Ogni cosa inizia prima di cominciare, così il Natale. Per quanto se ne parli male e se ne anticipi sempre il tempo economico, sotto non tanto mentite spoglie di strategia di marketing, l’atmosfera del Natale in alcuni territori si riesce a pennellare; così fremono gli addobbi in soffitta, finché non rinascono come ogni anno a sottolineare un nuovo arrivo che profuma di radici, di storia, di antico, è qualcosa che aspettiamo sperando di essere senza età, ancora bambini. Ed è per loro che la ricorrenza esiste, per i loro occhi spauriti che guardano sui tetti per vedere arrivare una magia, sentono campanelli immaginari e credono in un uomo buono capace di essere ovunque nello stesso momento, non importa chi sia: la nascita di quell’atmosfera diventa fede, credo. Il Natale è sacro, di per sé non solo religioso, fa bene, è necessario nell’alimentare qualcosa di buono.

Così, chiudere le incombenze del lavoro in affanno e con lo stesso fiato aprire la porta di altre che sono tradizione è un altro mestiere, a volte vera arte, altri abiti da indossare trainati da slitte che per renne hanno gli occhi dei bimbi la sera della Vigilia, in una recita alla quale non riesci a rinunciare: “Sì, sì l’ho visto, venendo in qua è passato di corsa, ha un gran da fare stanotte”, occhi enormi che si aprono dai quali esce un “Veramente?!” che commuove. E poi le aspettative dei grandi il giorno dopo, giudici allegri a confrontare e passare al setaccio gli anni prima, ogni tradimento in cucina è punito severamente, non si cambia nulla per cambiare tutto. Stanchi, come guerrieri dopo battaglia, un divano e i piedi in alto per far arrivare dove deve il poco sangue rimasto che immagini nel muoversi dentro schivare tortellini, lesso, dolci e via di seguito.

Il giorno dopo si parte. Perché non c’è altro tempo se si vuol conoscere altri luoghi. A Nord, vera meta è andare a conoscere meglio, a vedere, toccare, sentire una persona, a casa sua. Ordine, puntualità, senso di serenità, come se tutto fosse facile. Come quei grattacieli e quelle architetture di un gotico contemporaneo che sono naturale continuità, fluida. Con le architetture del passato conversano: case come fiabe disegnano la scena, canali nei quali si riflettono come specchio magico e guardando nell’acqua che spezza linee e frastaglia i contorni comprendi le pennellate veloci e frastagliate di chi lì è nato, c’è stato bambino, guardi con i suoi occhi, è l’uomo che sei andato a trovare, come parente lontano.

I colori, la luce: campiture precise senza sfumature i primi, spenta la seconda, diversa. Comprendi l’esplosione che ci può essere stata quando quel bambino ormai uomo, da quei territori del Nord catturati nel buio illuminato di “Mangiatori di patate”, arriva in Provenza, a Sud. Forse lì impazzisce, lì nasce una seconda volta, vede la luce, una luce che è sacralità e condanna allo stesso tempo, come se una Ponzio Pilato qualunque se ne fosse lavato le mani lasciandolo al suo destino.

Ne ha venduto solo uno in vita sua, quadri e rettangoli, eppure eccoli li, quasi tutti, sono un colpo al cuore, un crescendo: la storia di un uomo che disperatamente cerca di parlare con il mondo, il suo, che non lo capisce, con gli altri uomini che non lo capiscono, lo rinnegano, e seppur nei dubbi e nelle insicurezze solo a lui è chiaro il suo talento, la sua missione, non è terrena, è magia. È eternità, è per altri che verranno. Non si riesce a fissare i suoi quadri a lungo, troppo infinito, troppa bellezza. Buchi neri. Un mare sale negli occhi come marea che ricolma cuore e mente, ci vuole il giusto tempo per capire e non sempre è contemporaneo: ti commuove tutto di quell’uomo, fragilità e forza, l’aver intuito che siamo noi qui oggi destinatari del suo racconto mentre esplode un campo di grano nel contrasto cupo del cielo, si sente il fruscio del vento e il volo di corvi neri che si alzano quando gli arrivi davanti: quell’uomo è dentro ognuno di noi, come presagio, limite, qualcosa di sacro.

L’arte comincia prima di guardarne l’opera, va cercata nelle radici dell’uomo, nei luoghi, nel tempo, nei sogni, è la somma di tante cose, è il coraggio di restare nudi davanti al mondo, di guardare tra le cose per essere una cosa sola. Non tutti ci riescono. Tornare a casa con questa consapevolezza ti regala nuovi occhi, che hanno bisogno di occhiali da sole per una luce che al confronto acceca, ma illumina: ciechi guardiamo senza una visione, senza un quadro, sordi parliamo senza ascoltare, per primi noi stessi, lasciamo prima ancora di capire, senza cercare, coltivare, raccogliere. Un romanzo, uno di quelli che sta sotto l’albero come radice, uno di quelli che decidi di leggere d’un fiato perché poi non avrai tempo, quello che apri dopo il viaggio raccoglie e rimanda quelle pennellate, parole come echi per “cercare le proprie radici nel talento che ognuno di noi ha”.

Le stesse che cuciono un discorso fattosi messaggio ad una Nazione smarrita, che non si riconosce, altre parole che fanno appello ai sogni al loro coraggio, al talento di ognuno come parte visibile e necessaria della bellezza dell’uomo in un quotidiano che sia opera d’arte, una maniere di conversare gli uni con gli altri, e capirsi. Echi di pennellate e parole come cerchio che si chiude in uno spettacolo, altra lingua: bolle di sapone rompono la perfezione da sole o a contatto con altri oggetti che ne assorbono il liquido. Attraverso una buona contaminazione che produce cultura, con intelligenza, competenza e ironia, danza come architettura invisibile che corpi scultorei e precisi disegnano nello spazio, quell’usare l’arte e la tecnologia per esprimere una visione, per dire cos’è cultura, conoscenza, bellezza, rinnovando e innovandosi sono luce in questa diffusa confusione tra strumento e fine che ci stringe e ci obbliga a fare indigestione di “eventi” e di “digitale” come caramelle per diabeti.

È strano vedere tutti contemporaneamente in massa fare la stessa cosa, contando gli ultimi secondi di un tempo che scade, quando per un anno intero manifestiamo costantemente la libertà di ognuno, la nostra, anche se limita quella dell’altro, magari incendiamo cassonetti per manifestarla.

È finito il tempo.

Che questo anno, prima di cominciare, sia non solo nuovo tra gli altri, ma sia una nuova epoca, sia portatore di un cambiamento, di una rivoluzione, di una visione, di una logica, di buon senso, che sia rinascita, che sia produttore di cultura, che sia avanguardia.

Al lavoro e buon Anno.