Ha 27 anni, viene da San Giovanni Lupatoto ed è una promessa ribelle del cinema italiano (la sua ambizione più grande, famoso o non famoso, è «fare cose belle»). Figlio di burattinai («mia madre ha smesso, mio padre continua imperterrito»). Il suo battesimo teatrale, Eugenio Franceschini l’ha avuto ad appena quattro anni sul palco insieme ad un papà vestito da Barone di Münchhausen. L’esordio, da grande, è arrivato con Bianca come il latte, rossa come il sangue. Da lì un intreccio di film e fiction senza mai rinunciare al palcoscenico amatissimo, quello della Commedia dell’Arte. Ha letto centinaia di libri su Arlecchino («rischio di attaccare dei pipponi»). «Perché? Perché affronta la vita con una gioia sconfinata, anche se è triste, corroso dentro».

IN POCHE PAROLE «è tutto quello che vorrei essere e che non sarò mai». Fa parte del suo pantheon interno quel poveraccio con il vestito spezzettato in colori. Eugenio Franceschini cambia voce quando parla della «mia maschera regina», che ha i tratti sì del malconcio folle della Commedia italiana ma anche del suo Arlecchino personale, un miscuglio tra il padre (Gianni Franceschini, attore ma anche pittore) e il migliore amico che ha sempre sperato. Lo rubiamo al set per una mezz’ora. Sta girando tra Torino e Praga la seconda stagione di una serie Rai La strada di casa. Al cinema, in estate, è uscito con la pellicola pulp Una vita spericolata («sono stato catapultato sul set senza sapere niente»). Prima stava portando in scena con il Teatro Stabile del Veneto Le baruffe chiozzotte di Goldoni. Sipari e telecamere dividono i suoi mesi, ma tra teatro e settima arte preferisce non eleggere il prediletto. «La bellezza sta nell’alternare le due cose». Quando è sul palco, «magari alla centesima serata di replica», sente nostalgia per la scattante varietà del set. Poi, viceversa, lo stanca la prassi nervosa del cinema «che è arte ma sempre anche industria», con l’ansia di girare sei scene al giorno e il malcelato sospetto «che ste robe fatte in fretta, con più tempo, sarebbero venute meglio». Pratica, non senza fatica, la recitazione di oggi, dove rabbie e felicità devono essere senza enfasi, quasi recise. «Sottotesti interiori: questo vuole la tv, il cinema oggi». Non più emozioni di pancia, basse, dirette come quelle «che porta in scena mio padre». Le stesse antiche e reattive di Arlecchino delle quali Eugenio sente una mancanza profonda: «È difficile vedere ancora dei film come Mamma Roma». La cinepresa contemporanea chiede solo sentimenti criptici, contorti «e anche più malati». «Un aperto “va in mona”» è, se non impossibile, di certo rarissimo. «Dopo Stanislavskij il cinema si è attrezzato a trattenere, a far valere la reticenza».

Trattenere fa percepire meglio l’emozione?

Posso dire che per me questo tipo di recitazione è più faticosa, mi richiede più sforzo. Ecco, nell’ultimo ruolo (Una vita spericolata di Marco Ponti, una pellicola d’azione con una Bonnie e due Clyde) dovevo interpretare un ex guidatore di rally. Sono letteralmente stato catapultato sul set: due giorni intensivi per imparare a fare i 180 in macchina, gli scontri, le sportellate con le altre macchine. Alcuni ciak sono stati davvero pericolosi, io e gli altri attori (Lorenzo Richelmy e Matilda De Angelis) più di una volta ci “siamo cagati addosso”. È stata tutta un’esperienza folle. L’ultimo giorno di riprese in Val di Susa, è caduto un charter, a 500 metri dal set. Si è schiantato. Dentro viaggiavano alcune persone di Lione. Abbiamo subito bloccato il set. Mentre i soccorsi arrivavano, i macchinisti sono andati ad aiutare con gli estintori che avevamo. Al di là di questa vicenda choc, il film è stata un’esperienza molto fisica, vecchio stampo, “di pancia” e io faccio molta meno fatica a fare cose del genere perché sono, alla fine, molto simili alla Commedia dell’Arte dove ci agisce e non si trattiene, e il sottotesto è ridotto al minimo. L’arte di mio padre è sempre stata così: diretta, improntata sul dire quello che si pensa, come quella di Arlecchino.

Ecco, fermiamoci un attimo su Arlecchino. È vero che ha letto centinaia di libri su di lui?

Per me esiste solo Arlecchino. Con tutto il rispetto per Pulcinella, lui è tutto: il personaggio più bello che esista nella cinematografia, nella letteratura, nella storia. Mi fermo qui perché rischio di attaccare dei pipponi.

Ce lo attacchi pure.

Va bene allora. Mi piace perché è un personaggio estremamente triste, corroso, ma comunque affronta la vita sempre con un’energia e una gioia sconfinata. Un poveraccio, che ha un vestito fatto di pezze, di tessuti che trova in giro. Viene mosso da poche cose: la fame (è il cibo è la prima ragione per cui fa qualcosa), poi le donne che vuole ma non avrà mai perché è talmente abbietto, squallido e pigro. Non è neanche virile. Ma sa fare una cosa che gli invidio: sa “prendere per il culo” i ricchi, i potenti.  Trova sempre il modo, di prendersi gioco di tutti, senza che gli altri se ne accorgano, ha una furbizia infinita che usa così, per il piacere di dissacrare, senza nessun preciso tornaconto.

Vi assomigliate?

Sono molto distante da lui, per questo, forse, ne sono così affascinato. Io sono molto più posato nei modi, ma non nei pensieri e nelle idee. Sono riservato, mantengo ancora quell’aria di provincia veneta. Quel mondo di persone integre, silenziose e lavoratrici, come mia nonna che faceva la contadina, mio nonno che era ferroviere. Certo, mio padre ha scombinato un po’ le carte, ma io vengo da quella cosa lì.

 Non è mai stato un peso per lei venire dalla provincia?

Il “provincialismo”, nel senso di provenire dalla periferia, ti rallenta ma, allo stesso tempo, ti preserva. Ho visto tante persone che hanno fatto dei danni perché cercavano di velocizzare il loro processo, la loro carriera. Fare quello che senti dentro non può mai essere un problema. Uno che cerca di allontanarsi troppo da quello che è, alla fine, in qualche modo si rende sempre ridicolo. Io posso essere solo quello che sono.

La sua ambizione più grande qual è?

Credo, fare cose belle.

Potrebbe essere l’ambizione di molti.

Bisogna capire bene cosa sono le ambizioni. Le mie ambizioni sono di fare delle cose belle, non di diventare più famoso. Io mi ispiro a mio papà per la passione nel mestiere. Ovvio, ho anche i miei miti: il più grande è Marlon Brando. Quando lo vedo recitare per me sono endorfine, penso sempre: «Madonna quanto era potente questo uomo qua». Gian Maria Volontè è stato un grandissimo. Poi c’è il mio maestro, Giancarlo Giannini, che ha fatto degli assoluti capolavori. In questo momento mi fa impazzire Tom Hardy. In Italia il vento più puro, secondo me, è Luca Marinelli. Assolutamente un’altra categoria.

Terrence Mann diceva che «Il cinema vi renderà famosi; la televisione vi renderà ricchi; ma il teatro vi farà bene». È così?

Qualsiasi forma d’arte richiede lunghissimi tempi di studio, di gestazione. Mentre il cinema ha una componente industria che lo rende diverso da tutto il resto. Quando faccio uno spettacolo teatrale, lavoro sulle prove per un mese, poi lo porto in tournee e arrivo a fare repliche per 100 giorni: lì c’è sublimazione ma anche insofferenza, rischio di mollare la briglia, preso dalla noia. Allora vorrei fare un po’ di cinema, un po’ di tv. Dove ogni giorno c’è un’ansia che mi prende, perché ogni giorno sono 6 scene nuove da studiare, devo recitare davanti a persone che non ho mai visto. Te li sbattono davanti, neanche te li presentano, stai in scena due ore e poi ciao a mai più. Dopo che lo faccio per un po’, però, inizio a pensare che palle tutte ste robe fatte di fretta. E ho voglia di nuovo di teatro.

 Qual è il momento più indimenticabile che ha vissuto sul palco?

Ho avuto un’infanzia bellissima, un po’ confusionaria, ma bellissima (Eugenio ha seguito spesso la Compagnia dei genitori, parte delle elementari le ha fatte in Spagna, ndr). La prima volta che ho recitato avevo 4-5 anni, facevo una piccolissima parte. Nella scena finale del Barone di Münchhausen dovevo salire sul palco insieme a mio padre. Io mi ricordo che ero seduto nella prima fila del teatro, avevo sempre il mio posto riservato. Mi ero dimenticato che dovevo salire ed è venuta mia madre a dirmi: «Eugenio è il tuo turno». Allora sono andato sul palco e lì c’era mio padre con questo vestito di velluto rosso, con le decorazioni dorate e un cappello nero gigante. Lui mi ha guardato e poi mi ha preso in braccio.

 Abbiamo iniziato parlando di emozioni trattenute. Finiamo con il dire quelle che, invece, non è riuscito a trattenere. Qual è stata l’ultima?

Quando ha riso per la prima volta mio figlio (Eugenio è diventato papà da qualche mese, ndr). Perché i bambini non ridono subito. Ecco mi vengono i brividi anche adesso mentre lo dico. Lo so è banale. Ma è stata una cosa così inspiegabile, così perfetta.

 

 

 

 

Eugenio, in breve

Nato a Verona nel 1991, ha cominciato a lavorare nella compagnia di teatro dei suoi genitori, Viva Opera Circus, dove ha interpretato diversi ruoli da protagonista. All’età di 18 anni va a Roma, dove intraprende la carriera di attore cinematografico alla Scuola nazionale di cinema, frequentando il corso di recitazione con Giancarlo Giannini. Nel 2012, l’esordio sul grande schermo con il film Bianca come il latte, rossa come il sangue di Giacomo Campiotti. Nel 2014 è Mario, nel documentario Fango e gloria – La Grande Guerra, di Leonardo Tiberi. Parallela viaggia la sua carriera teatrale: dal 2013 al 2015 è stato protagonista accanto a Leo Gullotta dello spettacolo Prima del silenzio di Giuseppe Patroni Griffi con la regia di Fabio Grossi e prodotto dal Teatro Eliseo di Roma. Quest’estate è uscito al cinema con Una vita spericolata. Ha recitato anche nel serie tv I Medici accanto ad un’altra veronese, Valentina Bellè (la nostra intervista su Pantheon 86). Proprio su questo set ha conosciuto la fidanzata, dalla quale ha appena avuto un bimbo.