In questo momento di generale incertezza, di smarrimento, è vitale progettare il futuro.

Concentrare lo sguardo dritto davanti a noi, come barra di timone della barca che oscilla nel mare in burrasca, senza distrarsi dalle onde e dagli spruzzi, avere quella sana paura che ti fa raddrizzare la schiena e ti fa pensare all’epitaffio del signor Lapalisse, come una botta nei reni, che prima di morire si è vivi.

Così lanciamo avanti a noi il futuro come una sfida, una meta, terra da raggiungere, visione, progetto; se c’è un momento dove non bisogna mollare la mente in balia degli stati d’animo collettivi è questo, una pandemia, un nuovo lockdown che sia, nelle forme che prenderà. In sicurezza, per noi e per gli altri, scambiamo idee, pensiamo oltre, prepariamo il dopo, affinché arrivi il prima possibile con una ripresa che ci trovi pronti e organizzati.

Molti, se non tutti i settori economici, stanno avendo danno, tanti mestieri scompariranno, o cambieranno le modalità, pensiamo alle libere professioni; la flessibilità non sarà più del territorio ma delle persone, adattarsi al cambiamento una necessità inderogabile, è qui che l’uomo e la donna dovranno mettere in gioco la loro intelligenza, gestire una complessità esponenziale.

E in questo momento, che appare come una selezione naturale, saranno le competenze, le capacità di ognuno a fare le differenze, è proprio il momento di pensare a nuovi modelli, a nuove certezze, in un’incertezza che ha fatto saltare tutti gli schemi.

Così la ristorazione, ad esempio, come per i singoli prodotti alimentari, deve sviluppare altri sensi prima del gusto e dell’olfatto, trovare e costruire contenuti paralleli, che tengano in piedi il settore; ci sarà bisogno di conversare con il cliente e non di comunicare, di rivolgersi al singolo e non al generale, per salvare la collettività dell’offerta.

E non basterà più l’emozione, da attaccare in maniera spicciola e diabetica ai prodotti, anche perché, come sempre ne abbiamo abusato tanto da averne a nausea, e neppure l’estetica, bisognerà lavorare sulla percezione, raccogliere attraverso, costruire contenuti paralleli all’offerta che siano pilastri di un nuovo mercato, significati non specchi.

Dobbiamo, insieme, combattere e superare questa bufera, abbiamo gli strumenti, tecnologia e creatività, al servizio di questa umanità che oggi sembra sconfitta, ma che deve costruirsi un nuovo scudo per fare l’impresa. Brand of Humanity.

Questa è la sfida.

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