Carosello

E che ricordi, il momento della réclame. Per quelli che la tv in bianco e nero l’hanno vista, era un appuntamento serale imperdibile. Dal debutto sul piccolo schermo, era il 1957, all’ultima trasmissione del 1977: due decenni di storia e di curiosità nel libro scritto dal giornalista Marco Melegaro.

di Marta Bicego

BENTORNATO Carosello. Non tanto sul piccolo schermo, piuttosto in un libro. 

L’appuntamento serale che ha messo a letto (felici) almeno un paio di generazioni di bambini ritorna, con la sua carrellata di immagini in bianco e nero, nelle pagine scritte dal veronese Marco Melegaro, giornalista di SkyTg24: Carosello. Genio e pubblicità all’italiana (Novecento editore). 

È una parabola che inizia sessant’anni fa, domenica 3 febbraio 1957 alle 20.50, in un’Italia che si gettava alle spalle la guerra e, volentieri, si lasciava tentare dal boom economico. Da quelle comodità per facilitare la vita di tutti i giorni, partendo dalla lavatrice al frigorifero fino ai fustini di detersivo, che la réclame del Carosello propinava agli spettatori seduti davanti alla tv. In un condensato di creatività che ha fatto scuola, in particolare tra i pubblicitari. «Due decenni che rappresentarono una rivoluzione, da molteplici punti di vista. Fu la trasmissione più popolare e di maggior durata della storia della televisione italiana», evidenzia l’autore. Mandata in onda come rubrica pubblicitaria della durata di una manciata di minuti, divenne un capiente contenitore quotidiano capace di dare spettacolo nelle case degli italiani. Basta cercare online queste “pillole” di dieci minuti per rendersene conto: erano storielle, ideate per reclamizzare dei prodotti, con una formula tutta Made in Italy che conobbe il successo e il declino. Il programma chiuse definitivamente il primo gennaio 1977 perché divenuto troppo costoso, essendo girato a pellicola (due minuti e una manciata di secondi di spot costavano un milione e mezzo di lire), in anni in cui iniziavano a fiorire le televisioni private e in una Rai alle prese con la riforma del servizio pubblico. 

«Il mio è un atto d’amore e riconoscenza nei confronti del Carosello», riconosce Melegaro. Con le sue ricerche non si è fermato alle immagini: è andato oltre, intrecciando i messaggi degli spot usciti ormai sessant’anni fa dalla scatola magica televisiva con le vicissitudini del Paese e i cambiamenti del costume sociale.

IN QUESTO PUNTUALE excursus che precede un capitolo per ciascun anno, tante sono le curiosità che ha rintracciato: i tormentoni che ebbero risonanza e tuttora sfuggono come modo di dire in qualche conversazione. Poi i volti di attori e attrici famosi prestati al piccolo schermo, ingolositi probabilmente dai milioni di ascolti: Macario, Gassman o addirittura Orson Wells; soltanto Mastroianni e Monica Vitti non cedettero alla seduzione della pubblicità. Il Carosello coinvolse anche disegnatori di talento, doppiatori, registi sia nazionali che internazionali. «Gigliola Cinquetti prestò l’immagine per la pubblicità di un’auto e un altro veronese, Riello, pubblicizzò in televisione le sue caldaie. Per non parlare di Bauli e dei pandori…», elenca. Non si possono tralasciare infine, precisa, «il cartone animato del pulcino Calimero, la simpatia di Pippo l’ippopotamo blu, le avventure di Carmencita e Caballero, Jo Condor. Hanno fatto sognare generazioni di persone, riferendosi a un mondo illusorio in cui tutto era bello e positivo. La pubblicità non veniva allora “subita” ma amata». Con le note di quella che divenne la sigla-icona, la colonna sonora arrangiata da Marcello De Martino e Raffaele Gervasio, a fare da indimenticabile sottofondo alle serate. «La pubblicità non emoziona più come in passato – conclude -. Nelle famiglie il Carosello ha rappresentato una ritualità condivisa: si andava a letto dopo la réclame. Esserne privati era addirittura una punizione. Erano, insomma, altri tempi…».