in collaborazione con Salmon Magazine – di Salmon Lebon

Direttore, quando diciamo “Cestim Verona”, di cosa parliamo?

Il Cestim Centro Studi Immigrazione è una associazione nata 30 anni fa per iniziativa di un gruppo di cittadini veronesi, che si sono posti con lungimiranza l’obiettivo di promuovere e diffondere la conoscenza dei fenomeni migratori, al fine di favorire i processi di integrazione dei cittadini stranieri sul territorio veronese.

Nel 1990 gli immigrati in provincia di Verona erano alcune migliaia. Oggi sono più di 100.000 e il tema dell’integrazione è più che mai di attualità. Il Cestim oggi è soprattutto una comunità formata da oltre 200 volontari e da 130 collaboratori, che ogni giorno forniscono il loro contributo per una Verona più giusta e accogliente.

A chi si rivolgono le iniziative dell’associazione?

Il Cestim si rivolge anzitutto agli immigrati e alle loro famiglie, cercando di promuovere per loro pari opportunità in vari ambiti: da quello abitativo a quello scolastico. Dalla fine degli anni ‘90 lavora in particolare a fianco delle scuole per favorire il successo scolastico dei minori di seconda generazione. Ogni anno, grazie al sostegno determinante della Fondazione San Zeno, sono più di 2.000 i bambini e i ragazzi supportati dagli operatori e dai volontari del Cestim nel loro percorso di apprendimento dell’italiano.

Il Cestim è anche un Centro di documentazione e divulgazione. Attraverso una biblioteca (il cui accesso è libero e gratuito) e un sito internet specializzato (www.cestim.it) offre informazioni e documentazione a quanti sono interessati ad approfondire il tema delle migrazioni internazionali.

Durante il periodo del Covid, quali sono state le difficoltà principali che avete affrontato? E quali invece le opportunità che avete colto? Come sono andati, ad esempio, i corsi estivi a distanza?

Con il lock down si sono bruscamente interrotti i progetti che il Cestim porta avanti assieme alle scuole primarie e secondarie di primo e secondo grado delle provincie di Verona e Vicenza (sono oltre 70 le direzioni scolastiche coinvolte). Dopo un paio di settimane siamo però ripartiti. Un po’ alla volta siamo riusciti a raggiungere a distanza oltre 300 studenti che avevano bisogno di essere supportati nello studio.

Anche i tradizionali Corsi Estivi di Italiano, che il Cestim organizza dal 2000 nel mese di luglio, hanno dovuto fare i conti con la pandemia e sono stati organizzati in videoconferenza. Nonostante questo, hanno partecipato, con impegno ed entusiasmo, oltre 500 alunni e studenti provenienti da 50 diversi Istituti Comprensivi e da 25 Istituti Superiori. Per lo staff e per i docenti del Cestim si è trattato di un banco di prova sfidante e formativo. Siamo cresciuti sia dal punto di vista organizzativo che didattico. Con la modalità a distanza abbiamo inoltre raggiunto studenti che, a causa della distanza dalle sedi scolastiche, difficilmente avrebbero potuto frequentare il corso.

È questo il caso di Ritika, che si è connessa dalla sua casa di Vestenanova, nell’alta Val d’Alpone, e di Islem, studentessa di 15 anni, che pur essendo tornata in Marocco per le vacanze estive non ha dovuto rinunciare alle lezioni. Una delle nostre docenti ha detto: «Se tracciassi una linea che collega tra loro tutti i ragazzi della mia classe, sarebbe una linea lunga molti chilometri, un filo invisibile che ci lega e crea relazioni». Chi lo avrebbe mai detto?

*Perché secondo voi, ad oggi, l’immigrazione è vista da una buona fetta della popolazione italiana come un problema e non come un’opportunità? Come può essere risolto questo problema?

Il diverso fa paura. Da sempre. Questo è un fatto che fa parte della nostra natura. La ragione ci dovrebbe però aiutare ad affrontare ed interpretare un fenomeno complesso come quello migratorio. Se non ci facessimo guidare dall’istinto ma andassimo a leggere in profondità i numeri, ci accorgeremmo invece che l’immigrazione è una grande opportunità. Non sosteniamo, non lo abbiamo mai fatto, che l’immigrazione non comporti dei costi, anzitutto per chi emigra ma anche per la comunità che accoglie. I costi, inevitabili, sono però assai minori dei benefici. E non si tratta solo di benefici economici (interessante è il rapporto prodotto ogni anno dalla Fondazione Moressa) ma anche demografici e culturali. Una società chiusa è destinata al declino. Diversamente, una società che non ha paura dei fenomeni migratori ma che li sa gestire con coraggio e senza pregiudizi, può guardare al futuro con più fiducia.