Tra le ultime, estenuanti battute di Brexit, le fondamenta di rapporti sempre più forti con l’Unione Africana, e un nuovo ambizioso piano per combattere il riscaldamento climatico, l’ultimo Consiglio europeo, tenutosi a Bruxelles il 15 e 16 ottobre scorsi, non si è fatto mancare nulla. Ma se c’è una cosa che più di altre ha dominato la scena a Palazzo Europa è stata sicuramente l’evoluzione della pandemia nei paesi europei negli ultimi mesi e, in parallelo, quali misure l’Europa avrà intenzione per scongiurare il peggio.

Dopo lo storico accordo raggiunto a luglio, quando i vertici dei Paesi UE, dopo giorni di accese discussioni, avevano dato l’ok a un pacchetto da 750 miliardi di euro (il famigerato Next Generation EU) da finanziare attraverso emissioni comuni di debito, i meccanismi pesanti della burocrazia europea sembrano essere di nuovo all’impasse: manca, infatti, un accordo tra la presidenza del Consiglio, in mano alla Germania, e il Parlamento europeo, che chiede di aumentare i fondi comunitari per altri  15 capitoli di spesa.

Già dal 13 ottobre 2020 il Consiglio ha adottato un quadro comune per regolare i viaggi e gli spostamenti all’interno dell’Unione europea: questa raccomandazione, basata su criteri comuni per tutti gli Stati membri, aiuterà ciascun Paese a prendere decisioni in base alla situazione epidemiologica regione per regione. Grazie ai dati raccolti dai singoli Stati, sarà creata anche una mappa, rielaborata ogni settimana dal Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie (ECDC) per essere sempre aggiornata.

Si tratta, ovviamente solo di un piccolissimo pezzo del puzzle del piano di ripresa per l’Europa, una delle aree geografiche più colpite dalla pandemia di coronavirus. Gli sforzi dell’Unione per contrastare le conseguenze economiche e sociali della crisi sono cominciati già lo scorso 23 aprile, quando i leader dell’UE si sono impegnati a istituire un fondo per la ripresa con l’obiettivo di aiutare i Paesi a ripartire. Questi sforzi si sono concretizzati il 21 luglio, nel corso del Consiglio europeo straordinario, quando i leader dell’UE hanno concordato un importo complessivo di 1824 miliardi per il periodo 2021-2027. Il pacchetto include il quadro finanziario pluriennale (QFP) e, ovviamente, si avvale di uno sforzo straordinario per la ripresa, lo strumento Next Generation EU, di cui fa parte anche il Recovery Fund, che aiuterà l’Unione europea a ripartire dopo la pandemia di COVID-19 e sosterrà gli investimenti nelle transizioni verde e digitale.

Se questa decisione ha significato di sicuro un momento storico per l’intera Unione europea, c’è chi pensa si potesse fare di più: per esempio, il Parlamento europeo, che ha giudicato il pacchetto non sufficientemente ambizioso e che, come detto, chiede di aumentare i massimali del quadro finanziario pluriennale. Un’altra questione molto cara al Parlamento UE è la possibilità di legare la distribuzione dei fondi europei al rispetto dello stato di diritto: «Non si può ragionare di economia senza pensare alla nostra base di valori – ha spiegato Manfred Weber, a capo del Partito Popolare Europeo – spendiamo adesso, a livello di Unione europea, quasi 2mila miliardi di euro. La posta in gioco è alta. Pensiamo che questo denaro debba essere speso in modo corretto. Ciò significa che dobbiamo avere media liberi, per verificare se sul territorio le autorità spendono le risorse senza corruzione, per esempio». Senza un accordo tra il Parlamento e il Consiglio sull’intero bilancio pluriennale, in ogni caso, verrà rimandato anche l’iter legislativo di ratifica da parte dei Parlamenti nazionali. Il che significa che le risorse europee per contrastare la crisi da Covid-19 potrebbero arrivare quando ormai sarà troppo tardi.

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