È stato protocollato lo scorso 7 giugno in Comune a San Martino Buon Albergo, con numero 12486, un documento ufficiale per chiedere alla Regione Veneto lo Stato di Crisi e Sicurezza del Territorio interessato dalle alluvioni dello scorso 16 maggio. A sottoscrivere il documento otto sindaci dei comuni colpiti, in un’iniziativa proposta dal primo cittadino di San Martino, Valerio Avesani. Assieme a lui hanno firmato Lino Gambaretto (Soave), Antonio Casu (San Bonifacio), Giovanna Negro (Arcole), Davide Pagangriso (Belfiore), Carlo Tessari (Monteforte), Simone Albi (Lavagno) e Antonio Domenico Sella (Mezzane).

Lo scopo: ottenere un incontro urgente con il Presidente della Regione Veneto, Luca Zaia, per discutere lo stato delle zone colpite e le prossime strategie di aiuto messe in campo da Venezia.

«Al momento non abbiamo ricevuto nessun segnale» ha detto sconfortato il sindaco Avesani in un’intervista rilasciata a Pantheon alla fine di giugno. «Abbiamo subito svariati danni, e una messa in sicurezza ora è fondamentale, se non vogliamo arrivare alla prossima piena a dirci “lo avevamo detto”». San Martino Buon Albergo è uno dei comuni più colpiti, in particolare nella zona delle Ferrazze (zona Cengia), dove il Fibbio è esondato creando un vero e proprio lago.

Il 22 di giugno sono scaduti i termini per la raccolta delle autocertificazioni dei cittadini, che hanno consentito di stimare il danno subito dai comuni. Mentre queste richieste sono al vaglio, si leggono tra le righe le prime stime. San Martino Buon Albergo raggiunge gli 800mila Euro di solo danno privato (le stime di inizio giugno parlavano di un totale di 13milioni e 500mila Euro, ndr), Lavagno tocca circa il milione di Euro, seppure in questo caso si parli di cifre complessive: 200mila Euro i danni pubblici, 450mila Euro le stime sul privato, e 350mila Euro sulle aziende, soprattutto agricole. Il Comune di Lavagno è stato uno dei centri nevralgici delle alluvioni. Il progno qui è esondato come non accadeva da decenni. «Devo ringraziare il senso di responsabilità dei cittadini» ha detto il sindaco Simone Albi, «perché si sono subito rimboccati le maniche per liberare le cantine e ripristinare le zone più colpite. In una notte abbiamo rimosso 50 camion di materiale, ma occorre trovare soluzioni a breve e lungo termine, perché il corso del progno presenta delle problematiche importanti, come lo stretto snodo di Vago».

Lo stesso progno ha rotto gli argini anche a Mezzane, forse per fortuna, perché la deviazione nei campi ha impedito che la portata d’acqua arrivasse a San Pietro di Lavagno carica della sua potenza distruttiva. «Se dovesse ricapitare» ha affermato il sindaco di Mezzane, Antonio Domenico Sella, «in alcuni punti potrebbe essere anche peggio. Il dialogo tra i comuni c’è stato nel momento dell’emergenza ed è proseguito anche dopo, ma abbiamo bisogno di una sinergia vera tra gli enti che gestiscono il corso a monte e a valle. A livello privato stimiamo circa 2milioni di euro di danni, a cui poi dovranno aggiungersi quelli delle aziende agricole che si sono ritrovate i campi allagati».

Il nodo della gestione è alla base delle opere di ripristino. Il progno di Mezzane, come quasi tutti i corsi d’acqua simili, ha una doppia competenza. Nella parte a monte la responsabilità è del Servizio Forestale, mentre nella parte bassa è del Consorzio di Bonifica Alta Pianura Veneta (ex Zerpano Adige Guà, ndr). Entrambi questi soggetti sono stati convocati all’assemblea pubblica tenutasi lo scorso 13 giungo al Circolo Primo Maggio di Montorio, altro centro colpito fortemente dalle piene di fine aprile, ma mentre per il Consorzio è intervenuto il presidente Antonio Nani, per il Servizio Forestale non è intervenuto nessun rappresentante.

Il Comitato Fossi, organizzatore dell’assemblea ha proposto la realizzazione di un bacino di laminazione da utilizzare come valvola di sfogo in caso di successive piene. «Un bacino» ha ricordato il sindaco di San Martino Valerio Avesani, «su cui sono già stati fatti degli studi e a cui è già stata trovata la posizione, ma mancano i fondi per procedere».

Laddove mancano i fondi, si mette poi di mezzo la burocrazia e la complessità nelle responsabilità di gestione. Le piene di fine aprile hanno depositato sul fondo dei torrenti anche fino a un metro di materiale, normale quindi procedere con la rimozione. Niente di più complesso. Prima di chiamare le ruspe occorre infatti fare un’analisi chimica del materiale, ed avendo superato i 6000m3 di materiale depositato, occorre anche un’analisi geologica. Il Consorzio Alta Pianura Veneta ha ipotizzato «almeno 8 mesi per avere i risultati delle analisi. Abbiamo chiesto alla Regione 2milioni di Euro per la sistemazione, perché sul territorio di nostra competenza abbiamo avuto 7 rotture importanti». E poi? Se nel terreno non sono state individuate tracce di inquinanti, si può procedere con la rimozione, altrimenti occorre portare il materiale in discariche specifiche, pagando un’esorbitante cifra per lo scarico.

La paura è quella che la situazione vada piano piano scemando in un silenzio assenso che potrebbe rivelarsi molto rischioso, ora che gli argini sono in molti punti al collasso (la maggior parte è degli anni Trenta, ndr) e la portata dei progni si è di molto ridotta, a causa del materiale depositato.

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