Giovanni Storti, quello per intenderci in trio con Aldo e Giacomo, si è riscoperto podista a cinquant’anni. Non è mai troppo tardi per calzare le scarpette ai piedi e cimentarsi in corse tra pianura, monti e deserti. Senza strafare, se non nel dispensare ironia, che dà energia anche alle sgambate più audaci.

Ha corso tra pianure, montagne e dune: sia in Etiopia che nelle terre d’Islanda, sul monte Kilimangiaro e nel deserto del Gobi; addirittura sulla Grande Muraglia cinese e nella temutissima Death Valley, confrontandosi con la fatica e sfidando temperature proibitive.In versione runner, chi lo ferma più Giovanni Storti – quello, per intenderci, in trio con Aldo e Giacomo – da quando ha scoperto la passione per il correre. Con le scarpette ai piedi, ha guadagnato in tenacia, ma certamente non ha perso l’ironia che l’ha reso celebre sul piccolo e grande schermo: «Se ho iniziato io a cinquant’anni, possono farlo tutti!», dice.

Il perché e il come lo racconta, contornato da molteplici aneddoti, tra le righe del libro Niente panico, si continua a correre (Mondadori), scritto con il blogger-maratoneta Franz Rossi e presentato allo Sporting Club Verona davanti a una divertita platea di appassionati. Tra le righe del volume c’è di mezzo una disanima semiseria sull’invecchiamento e sui primi acciacchi fisici, che non devono essere il pretesto per interrompere le avventure a perdifiato che una disciplina sportiva come il podismo riesce a regalare. Con l’avanzare inesorabile degli anni conta meno la performance da misurare con il cronometro al polso, di più valgono divertimento e senso di libertà. Accantonato l’agonismo, cambiano l’approccio e gli obiettivi da raggiungere che diventano il benessere, la compagnia, la possibilità di viaggiare e conoscere se stessi, l’apprezzare le piccole cose. Per il resto, ironizza l’attore sessantenne, «è tutta questione di stile, che non mi manca». Perché correre è una forma d’arte che richiede preparazione nella postura, nell’appoggio del piede.

Come sceglie le destinazioni in giro per il mondo? «Seguo le persone che hanno le qualità per compiere delle imprese, così sono costretto a farcela anche io», risponde. Dalla trasferta in Kenya, nella riserva di Masai Mara, riporta un episodio: «Si erano raccomandati di correre soltanto attorno al campo, per la presenza di belve selvatiche. Nell’entusiasmo del preriscaldamento il mio percorso si è allungato, finché in un boschetto non ho visto dei bufali, che hanno iniziato a inseguirmi. Nella fuga ho cercato di imitare vari animali, come la iena col culo basso, ma non ci hanno creduto. Nelle maratone invece sono rincorso da chi vuole farsi un selfie con me… peggio dei bufali! Potrei essere un grande atleta se non dovessi perdere tempo dietro a queste persone», scherza e sorride, confessando di non aver mai negato uno scatto, nemmeno quand’era al limite delle forze.

«Corridori si nasce, si diventa. L’importante è non morirci», aggiunge il comico, definendosi “assaggiatore” di corse dai gusti variegati. Non sposa nemmeno la teoria che i primitivi siano nati per il running: «Non è per niente vero. L’uomo che rincorreva le prede non ha mai corso: semmai camminava, corricchiava. Perché noi non siamo nati per correre. Non abbiamo quattro zampe, ma due, per cui possiamo corricchiare e goderci quello che ci sta attorno». Con parsimonia e senza voler strafare, se non nell’ironia, che aiuta nelle audaci sgambate pure gli sportivi meno allenati a prendersi meno sul serio: «Sennò va a finire che ci si crede chissà che cosa, ma c’è sempre qualcuno più bravo o che va più forte. Quindi l’ironia ci deve essere». È facile immaginare che, su questo punto, concorderebbero Aldo e Giacomo (che ha firmato la prefazione della pubblicazione), compagni di battute coi quali sta scrivendo la sceneggiatura di un film che uscirà il prossimo anno. E una maratona con loro, si può tentare? «Ho provato una volta, solo con Aldo. Si è perso…».