Foto di Andrea Dal Prete

Dal 2012, Caritas Diocesana Veronese  promuove incontri di scambio e condivisione attraverso i suoi Cantieri di Solidarietà, occasioni di confronto tra culture, lingue e religioni diverse per i giovani. Anche quest’estate, Verona ha incontrato Zababdeh, con due corsi di musica, un corso di lingua italiana e l’avventura di un blog che racconta questo incrocio di diversità.

 

Cantieri di Solidarietà è il nome che hanno scelto per loro, e non a caso, perché vogliono fare quello che si fa in un cantiere: costruire. Ponti, mai muri. Perché è nell’accoglienza di due braccia che collegano una riva all’altra che si trova quella Solidarietà che portano nel nome. E perché invitare all’ascolto e al dialogo, creando scambi e relazioni, è sempre meglio che negarle, affidandosi al disperato grigiore di un muro.

Zababdeh è una piccola cittadina palestinese a 100 km da Gerusalemme, e anche se quei 730 km di muro che separano Palestina e Israele non li vede davanti a sé, ogni giorno, li sente, tutti, e li porta nella propria storia, di ieri e di oggi.

Con la sua Parrocchia di Santa Maria della Visitazione, gemellata con la Diocesi di Verona, rappresenta un significativo esempio di convivenza pacifica tra confessioni e credo diversi.

Come la sua scuola parrocchiale, diretta dal Patriarcato Latino, che ha fatto del rispetto per le diversità il proprio fondamento, fin da quel lontano 1900, anno della sua fondazione: aperta a cristiani e musulmani, che sia un ponte di cultura lo ricorda anche nella sua architettura.

Ed è proprio tra le mura della scuola, dove si costruisce il futuro dei giovani di Zababdeh, che si è svolto il Cantiere 2015. Andrea, Camilla, Lucia e Martina, i giovani volontari per quest’anno, alla fine di giugno sono partiti, più carichi di entusiasmo che di bagagli. E io con loro. Quello che sapevamo era che arrivati in Palestina, armati dei nostri guitarlele, tanto attesi e desiderati a Zababdeh, avremmo tenuto dei corsi di musica (chitarra e pianoforte) e di lingua italiana, da documentare tramite un blog, (visit-zababdeh.blogpsot.it). La bellezza e la gioia che ci ha travolti una volta arrivati, questo no, non potevamo immaginarlo.

Nelle due ore di viaggio che separano Tel Aviv, la capitale israeliana, a Zababdeh una sensazione, lieve eppure incessante, è stata la nostra sesta compagna di viaggio: la certezza che cinque sensi non bastassero per accogliere tutta quella bellezza, che servisse più vista per contenere lo splendore di quei crinali dorati, e ancora più udito per percepire la melodiosa armonia della lingua araba, in tutti i suoi suoni. Che ogni cosa meritasse di essere scrutata, ascoltata, accarezzata due volte.

Ma soprattutto, la convinzione che non ci sia ancora un senso capace di comprendere la violenza che da troppo tempo abita queste terre.

Arrivati a Zababdeh, ben presto poi il silenzio che si meraviglia, incredulo, dei deserti che si rincorrono agli uliveti dietro il finestrino di un’auto, ha lasciato il via libera al vivace vociare dei bambini di Zababdeh che durante l’estate hanno imparato, assieme a noi, qualcosa di bello: loro, che pizzicando sei corde o toccando i tasti di un pianoforte nasce la musica. Che essere gentili è importante, in qualsiasi lingua, e che in italiano lo si può essere usando due parole semplici come “Grazie!” e “Prego!”. Noi invece abbiamo imparato che il makloubeh, un piatto a base di riso, pollo e verdure, non si può mangiare se prima non lo si capovolge in un piatto. Che rifiutare un knafeh, dolcetto di pasta sfoglia farcita di formaggio dolce, miele e pistacchi, non è mai possibile.

Che ogni discussione si concluderà con “Inshallah” (letteralmente “se Dio vuole”) perché è sempre a Dio che spetta l’ultima parola.

Ma è ritornando, tra il cicaleccio delle cinture che si allacciano, sorvolando città di nuvole, che abbiamo capito la cosa più importante: che la vita, quella vera, è negli altri. E che il dialogo è possibile, sempre, anche quando al tuo “Marhaba!” io rispondo “Ciao!”.

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