Aumenta di anno in anno l’interesse del turismo “occidentale” verso la misteriosa India. L’ex colonia britannica affascina per la sua cultura, la culla delle religioni, le tradizioni e soprattutto per l’enorme bagaglio di aneddoti che si celano dietro all’intero Paese. In queste poche righe proviamo a raccontarvene uno spicchio.

Quando gli indiani si mettono a ciondolare la testa lo fanno solo per affermare, mai per negare.  Per cultura, così almeno si dice,  preferiscono darle le possibilità anziché rifiutarle. E in un Paese che è la settima nazione al mondo per estensione e che raccoglie ben 179 lingue parlate oltre all’hindi, non c’è da stupirsi che si prediliga l’apertura dei “sì” rispetto alla fredda chiusura dei “no”.

Questa disponibilità si legge per intero anche nella varietà dei paesaggi che disegnano l’India di oggi come quella di ieri. C’è la natura pura della Valle dei Fiori in Kasmir, ci sono le architetture sublimi dei palazzi dei passati Maharaja nello stato del Rajasthan, c’è la spiritualità densa e insistita dei templi sparsi nei deserti come nelle città. Ma c’è anche la cultura antica che prende le forme delle pratiche dell’Ayurveda, il complesso sistema di medicina e guarigione indiana, originario dello stato del Kerala. E poi ci sono le spiagge meravigliose di Goa, quelle incredibili con la sabbia nera  dell’Orissa e le trasparenze straordinarie che offrono, esclusive, le isole Andamane. Ma la varietà non si percepisce solo nei paesaggi, ma anche nei territori più intimi, quelli delle devozioni.

Un pantheon di due milioni di dei, eppure, gli indiani riescono ad adorarli tutti, a fare, con il medesimo personale trasporto, la puja (rito sacro nell’induismo, ndr) a tutti. “Si sono inventati più paradisi e inferni qui, che nel resto del mondo” scriveva il giornalista Henry Mencken. Non per niente, il subcontinente è stato ventre fecondo di quattro delle religioni più antiche del mondo,  tra la spiritualità del primo Buddismo e del grande Induismo e le ricchezze del Giainismo e del Sikhismo, oltre che accogliente dimora per l’Islam, il Cristianesimo e l’Ebraismo. Segni di questa religiosità amalgamata ad una spiritualità, tanto invidiata dal nostro Occidente, sono ovunque. Nei templi perfetti e sempre diversi, decorati da mille mani, che  si presentano grandi, quasi intagliati dalla filigrana del tempo come il tempio jainista di Ranakpur, nel Rajasthan meridionale, capolavoro di intarsi delicati del quattordicesimo secolo. Ma anche i 27 petali in marmo che costituiscono il maestoso Tempio del Loto, a New Delhi, meritano uno sguardo di meraviglia. E come non citare le sculture erotiche che, scolpite sulle facciate di numerosi templi di Khajuraho, mostrano tutta la ricchezza della tradizione tantrica. Forse non si può che  sorridere davanti al Tempio Deshnok, anche detto il tempio dei topi, al cui interno i piccoli roditori, trovano il loro domicilio e girovagano indisturbati, adorati come divinità.

Insomma, ci sono tante Indie e questo rende difficile anche solo il compito di elencarle. Il Workshop indiano, che si è tenuto il 30 maggio, organizzato da Aman Malhotra e dal team di Alpha Tours, presso il bellissimo Palazzo Rosso di Grezzana, ha cercato di spiegarle, raccontandole con le immagini.

E noi ci siamo persi, tra i ritratti colorati della Festa della Luce, lo smeraldo delle foreste e la fascinosa particolarità dei tessuti, stampati con la tecnica precisa , tutta indiana, del Batik.

Per evitare confusioni abbiamo chiesto proprio ad Aman, che l’India la ama tanto e non solo perché ci è nato, di disegnarci un percorso, di dirci insomma come iniziare. Con un sorriso, ci ha spiegato come dovrebbe essere la prima volta nel paese indiano, per conoscerla un poco ma non troppo, per innamorarsene abbastanza da conservarne ancora il desiderio forte.

Il “triangolo d’oro” che forma i suoi angoli nelle città di Delhi, di Agra e di Jaipur. Ecco come si deve iniziare secondo Aman. Cominciare, insomma, con le contraddizioni e le grandezze della capitale di uno Stato che tiene insieme tanti stati. Esordire con lo stupore che accompagna sempre lo spettacolo che è Taj Mahal, il mausoleo che rimane “una lacrima di marmo ferma sulla guancia del tempo”, per dirlo con le parole del poeta indiano Tagore.  E poi, oltre al maestoso monumento che ad Agra conserva memoria dell’amore grande di un imperatore moghul per la moglie, continuare e   preparare gli occhi alla poesia di Jaipur, la città rosa, e lasciarsi guidare, a dorso di un elefante, fino in cima alla collina dove riposa il Forte di Amer. Per poi finire, semplicemente, ascoltando il rumore del vento che si insinua nei fregi del Hawa Mahal e nei suoi disegni stretti che celano, un poco, le mille finestre dalle quali gli occhi delle fanciulle del re, del suo harem, potevano, non viste, guardare e, forse, invidiare la vita della gente normale.