Il ruolo della donna, oggi, si gioca dentro e fuori casa. Secondo il Moica, il Movimento italiano casalinghe presente anche in riva all’Adige dal 2013, è tempo di riconoscere il valore umano, sociale e culturale del lavoro familiare.

Casalinghe sì, ma in chiave moderna: definizione che porta le donne ad essere innanzitutto paladine del lavoro familiare. Madri e a loro volta figlie, professioniste impegnate e lavoratrici alla ricerca della meritata affermazione: così al grembiule e al mattarello hanno sostituito la grinta nel farsi strada nella professione, nel prendersi cura della famiglia, senza trascurare se stesse e l’ambizione del trovare un posto nella società. È un colpo di spugna rispetto al passato, che non implica rinnegare uno status: «Siamo tutte casalinghe», esordisce Anna Vitali, presidente del Movimento italiano casalinghe (Moica) di Verona e componente del consiglio direttivo nazionale. Lei stessa può essere fotografata come l’emblema della casalinga del ventunesimo secolo: dopo anni trascorsi in azienda nelle vesti di amministratore delegato, è diventata tenace sostenitrice del lavoro familiare. Il che non significa limitarsi alle faccende domestiche, fa notare, «sebbene rappresentino parte importante della vita di ogni donna e famiglia. Vuol dire considerare quell’opera invisibile di cura ed accudimento del nucleo di appartenenza e di vita, svolto a tempo pieno o parziale, non sempre per scelta». Con sacrifici e rinunce, quando l’attività tra le mura di casa deve incontrare le esigenze professionali. Questione di visioni. A ben guardare, una casalinga è una manager multitasking del focolare domestico: bada al risparmio e alla logistica, all’educazione e alla salute, alla quotidianità con lungimiranza. «È a tutti gli effetti un soggetto economico, quindi un attore sociale determinante». Agisce però relegata nell’ombra: «Il suo lavoro non contempla ferie, straordinari, paga né progressione di carriera, contributi o malattia – evidenzia Vitali –. Risulta purtroppo invisibile agli occhi dei politici e della società in generale, allo stesso welfare, sebbene esistano sentenze importanti come quelle della Corte Costituzionale nel 1995 e della Cassazione che lo hanno equiparato a qualsiasi altra occupazione svolta fuori casa e la cui mancanza darebbe un duro colpo all’economia nazionale. Perciò ha più che mai senso, adesso, pronunciare il termine casalinga, ma in un’accezione moderna. Nel suo significato profondo e reale: una lavoratrice attualizzata in una società che esige tale mansione determinante, ma non ne riconosce il vero valore in termini di dedizione, sia fisica che mentale, e di tempo».

Le associate di Moica – La presidente Anna Vitali al centro

 

Da qui la mission del Moica: lontano dai femminismi correnti, nacque a Brescia nel 1982 dall’intuizione di Tina Leonzi, fondatrice e tuttora presidente nazionale, per valorizzare l’impegno familiare e chi lo svolge, e per riconoscere il valore umano, sociale e culturale della donna. Fu il punto di arrivo e l’avvio di un lungo cammino che conduce ai giorni nostri con tredici comitati regionali e un centinaio di gruppi locali. Verona compresa, dove il movimento, presente dal 2013, è vivace su vari fronti: conferenze, incontri su temi inerenti l’universo femminile e l’attualità, laboratori, visite guidate, iniziative di solidarietà; manifestazioni sportive, come la Corsa di Giulietta, che si è tenuta il 25 marzo tra le vie della città. «Ciò che serve è una vera inversione culturale – conclude la referente scaligera –. Ha senso superare lo stereotipo del “fantasma sociale” e della casalinga nulla o poco facente, la visione riduttiva e sminuente data a questo termine, non corrispondente al suo vero significato sociale e umano. È opportuno invece riconoscere questo ruolo e il merito che ha a livello umano, culturale e sociale. Guardando all’oggi e soprattutto al domani».