Fino a gennaio 2022 il curling in Italia era uno sport pressochè sconosciuto, che contava circa 333 tesserati. Nulla in confronto ai numeri di Stati come il Canada, che ne conta più di un milione, o di altri Paesi quali Scozia, Norvegia e Svezia. Ora i numeri sono pronti a raddoppiare, triplicare forse, anche nella nostra penisola.

Il merito è tutto di due giovani sportivi, Stefania Constantini e Amos Mosaner, oro olimpico nel curling alle olimpiadi invernali di Pechino 2022. Su 11 partite giocate sono state 11 vittorie le vittorie della coppia italiana, fino alla finale conquistata contro i norvegesi Kristin Skaslien e Magnus Nedregotten per 8-5 e l’ingresso, di diritto, nella storia degli sport d’inverno. Un sogno diventato realtà, una partita che ci ha tenuti incollati agli schermi dei televisori, increduli ed estasiati. Un risultato storico che riscrive la storia del curling in Italia, accendendo i riflettori su uno sport del quale, siamo certi, sentiremo ancora parlare.

Le origini del curling

Le origini antichissime del curling si perdono in secoli lontani. Si presume che sia stato inventato nella Scozia medievale e la prova è un’incisione su una pietra, la “stone” usata per giocare, che reca la data del 1511. In alcuni dipinti fiamminghi, ad opera di Pieter Bruegel il Vecchio, datati 1565, sono ritratti dei contadini olandesi mentre praticano il curling. Nel 1620, a Perth in Australia, la parola curling appare nella prefazione di una poesia si Henry Adamson, prima apparizione sulla carta stampata, e nel 1716 si ha notizia del primo club di curling: è il club Curling di Kilstyth. Dal 1775 si iniziano a definire regole e tecniche del gioco e, nel 1838, viene infine redatto il primo regolamento.

In Italia il curling è riconosciuto come attività sportiva solo negli anni 50 del ‘900 da parte della FISG (Federazione Italiana Sport del Ghiaccio) e solo vent’anni dopo il Curling italiano si unisce alla fondazione mondiale W.C.F. (World Curling Federation). Nel 1922 la WCF è ammessa ai giochi Olimpici e fa la sua prima apparizione a Nagano, in Giappone, nel 1998. La nazionale italiana esordisce ufficialmente nelle olimpiadi invernali di Torino 2006.

Come si gioca

Su un campo ghiacciato si alternano due squadre, ciascuna con quattro giocatori (due nel doppio misto), che a turno fanno scivolare pietre di granito con un manico dal peso di 20 chili, chiamate stone. L’obiettivo è quello di far arrestare gli stone il più vicino possibile al centro del bersaglio disegnato sul ghiaccio. La traiettoria di ogni pietra può essere ampliata dall’azione delle scope, che possono prolungare il movimento delle pietre. Ogni partita è divisa in riprese, chiamate end, in numero che varia da sei a dieci a seconda del livello di gioco. Ogni squadra ha a disposizione otto lanci per ogni end.

Per il calcolo del punteggio si tiene in considerazione il numero di stone più vicine al centro della bersaglio prima della più vicina stone degli avversari. A ogni squadra sono concessi 73 minuti di gioco per 10 end. Alcune variazioni si hanno nel caso del doppio misto: qui, all’inizio di ciascuna mano, due stone (una per ciascuna squadra in gioco) vengono posizionate dai giudici in campo: una nella metà posteriore del cerchio più piccolo del bersaglio e una circa a metà del campo. Ogni squadra tirerà cinque stone, sei in totale considerando quella già in campo. Un giocatore deve lanciare la prima e l’ultima stone della squadra di ogni mano, mentre l’altro giocatore deve lanciare le tre stone in mezzo. Identico il calcolo del punteggio.

banner-gif
Articolo precedenteAgribi si impegna per l’assunzione nei campi e per combattere il caporalato
Articolo successivoL’editoriale di Pantheon 130