È considerato il pittore degli angeli per le molteplici rappresentazioni della nota figura alata. Ma Ernesto Lamagna non è solo questo. Nella sua lunga carriera ha affrontato vari temi, tutti riconducibili al senso dell’esistenza umana. Uno di questi, il dipinto usato come manifesto dall’Unicef per la mostra “Stilisti per la Pigotta” in biblioteca civica fino al 2 dicembre.

 

Arte e poesia, forza e dolore. In un’unica parola: passione. È ciò che contraddistingue la sfera creativa di Ernesto Lamagna che non cerca di far leva sul “bello” ma su quell’essenziale che è invisibile agli occhi. O, meglio, che arriva dritto al cuore. Perché per un vero artista c’è solo questo: «quando faccio un’opera do un pezzetto della mia anima. Non c’è nulla di gratuito», rivela. Per Lamagna creare è donare qualcosa agli altri che non sia solo decorativo. «La mia è sempre stata una scultura che ha cercato di dare delle risposte ai tanti perché dell’uomo. Innanzitutto a quello dell’esistenza, del mistero della vita. Secondo me un artista vero ha il compito di aiutare l’uomo a comprendere il grande mistero dell’umanità: una vita meravigliosa, brevissima, drammatica e incomprensibile, a volte». Le sue opere racchiudono tutto questo con una forza e una capacità espressiva che trascende i modelli estetici tradizionali. Le sue figure non fanno parte di questo mondo, sono esseri risucchiati dalle esperienze della vita che si mostrano in tutta la loro fragilità corporea, ma con una grande presenza emotiva. Questa presenza-assenza è il baricentro dell’arte di Lamagna che tende ad elevarsi verso qualcosa di assoluto, di trascendente. Da qui la figura dell’angelo, scelto quarant’anni fa per «rivisitare il barocco, il suo movimento, la teatralità, il gusto di meravigliare, di sorprendere. Non esiste il barocco senza movimento. Non esiste barocco senza l’angelo che è l’uomo libero che si alza nell’aria e vola. Rappresenta l’unione della terra con il cielo, verso cui si tende alla ricerca di bellezza ed equilibrio».

 

Tra quelli più famosi vi sono l’angelo esposto nella Valle dei Templi di Agrigento, nella basilica di Santa Maria degli Angeli e Martiri a Roma, nella sede centrale del Cnr e la porta in bronzo con San Michele Arcangelo per la città di Toronto. «Quella dell’artista è una meravigliosa condanna -rivela-. Ci sono momenti in cui è convinto di aver raggiunto la perfezione, la bellezza. E sono momenti di grande esaltazione, di grande gioia. Ma dopo poco si rende conto che non è così, non ha raggiunto quella bellezza, e quindi va in depressione. È come entrare nella cappella sistina: vedi le mani di Dio e di Adamo che sembra si tocchino, poi mano a mano che ti avvicini ti rendi conto che si sfiorano. È la condanna dell’artista: non può fare a meno di tendere a quella mano. Ci sono momenti in cui si illude di averla afferrata, ma non è così. La vita dell’artista è sempre altalenante». Una costante di alti e bassi in cui la società rappresenta il punto di fuga di tutta l’attività artistica. «Noi artisti siamo come carta assorbente: captiamo immediatamente quello che c’è nell’aria. Poi viene filtrato dalla nostra anima, dalla nostra mente, e ne vengono fuori opere più o meno belle, più o meno preziose, magari non comprensibili immediatamente, ma certamente comprensibili un domani. E con sorpresa noi stessi ci rendiamo conto di avere anticipato dei tempi». È una vita solitaria, quella dell’artista, in perenne e profonda contemplazione. Lo stesso Lamagna non nasconde di aver «parlato di tutto: pedofilia, transessualità, ma anche delle miserie umane senza pietà e ipocrisia». Come lui stesso racconta «la scultura “Pedofilo” rappresenta un uomo che si toglie una maschera che ha il mio volto. Non è solo il vezzo di una firma ma è la partecipazione ad una miseria umana. In quel caso non giudico il pedofilo, sono io il pedofilo.

 

Anche in “Transex” ha una maschera con il mio volto, ma che nasconde dietro la schiena. Sono io il transex, perché sono io, uomo, nella pienezza della mia umanità che mi rendo partecipe di queste miserie». La stessa profonda riflessione posta nel dipinto utilizzato dall’Unicef di Verona per la mostra “Stilisti per la Pigotta”. In questo caso «ho dipinto una bambina con un’espressione drammatica, dai tratti somatici orientali. Ha pochissimo colore, è quasi in bianco e nero, e stringe al petto una pigotta colorata. Volevo mettere in evidenza la drammaticità della condizione di questa bambina con i colori vivaci della bambola. Il messaggio è che grazie alla pigotta, ai tanti aiuti della gente, forse questi bambini possono avere un po’ di colore, possono ritrovare un po’ di sorriso». Perché, in fondo, «l’arte è una cosa seria».