Non grido, non inveisco, guardo sempre il bicchiere mezzo pieno, trovo sempre una giustificazione, non mi sono mai piaciute “scarpette rosse” e bandiere, ma c’è un tempo per ogni cosa e questo è quello in cui è necessario indicare una serpe strisciante, una forma di oblio nel quale ultimamente le donne si stanno facendo scivolare nei dibattiti, nelle conversazioni, nei tavoli di discussione, nella governance e nella cultura del nostro paese. Assenti.

Non tutti possono percepirlo, ma è un atteggiamento così strisciante e diffuso che comincia a vedersi ovunque ci si giri: televisione, politica, cultura, arte, governance, ovunque ci sia una messa in scena squisitamente nostrana, italiana.

C’è stato un tempo in cui ho pensato che le “quote rosa” non fossero necessarie in una società dove è la persona a contare indipendentemente dal sesso, dal genere, ma con il passare degli anni, e a dirla tutta dopo il recente lockdown, ho dovuto ricredermi: una donna, se non un pari numero di relatori, maschi e femmine, se non è un obbligo non accade.

Eh si perché, come per le mascherine e il distanziamento sociale, se non c’è una legge una obbligatorietà, il buon senso, e a volte il buon gusto, sono difficili da definire ed uno si sente legittimato ad agire egoisticamente: la “giusta misura” è un concetto non istintivo, rimasto nel Rinascimento e lì pietrificato.

Una giusta misura che è il raggiungimento dell’equilibrio, della parità, di quella “concinnitas” che è da sempre regola di bellezza.

Così le voci femminili sono cadute in un silenzio assordante, come se non  vi fossero o non fossero all’altezza del pensiero o del processo culturale o creativo maschile, tanto da far preoccupare anche me che son sempre possibilista.

Così il gruppo #Boycottmanels, formatosi sui social quasi un anno fa, si è prefissato lo scopo di segnalare quei “panels” eventi, tavoli, dibattiti, festival dove manca il confronto, dove le donne sono assenti, dove potrebbero dare un contributo importante alla conversazione, a quel processo che è la cultura di un popolo, di una nazione, di una città.

Ultimo caso, non ultimo, il Festival della Bellezza, che a Verona si tiene ormai con grande successo da alcuni anni, ed alla città porta lustro, e proprio per questo è stato segnalato agli organizzatori un programma decisamente di parte, per quanto magnifico per il tema e la levatura dei personaggi: “Eros e Bellezza”, da Baricco a Recalcati, da Cacciari al recentemente scomparso e compianto Daverio. Eppure, proprio in questo Festival, nell’eros come nella bellezza, a una parte importante, quella di una visione complementare, le donne avrebbero potuto contribuire, “affascinare” il pubblico tanto quanto gli uomini in programma sanno fare.

Patrizia Asproni, Presidente nazionale di Confcultura, nonché della Fondazione Marino Marini di Firenze, fondatrice di #Boycottmanels, gruppo che conta ormai migliaia di donne coinvolte, dalla politica alla cultura, fino al quotidiano vivere, ha scritto agli organizzatori del Festival senza avere risposta alcuna.

Ecco, il silenzio è quanto viene concesso troppe volte, questo silenzio siamo a rompere, anche con una sola piccola voce prestata per l’occasione a tutte le donne che combattono ogni giorno, in silenzio, per fare vedere che esistono e, se ne hanno l’occasione, possono fare, e fare bene, non solo essere “belle” per gli uomini o per se stesse: una donna è bella quando è felice, quando può essere se stessa, il resto è estetica. O resistenza, non bellezza.

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