Il maestro Renato è il fulcro di tutto, il sole intorno a cui orbita la classe della scuola elementare Carlo Collodi, a Verona, tra il 1985 e il 1990. Da qui parte la storia, o meglio, il racconto generazionale e semi-autobiografico di Fabio Baronti che ha voluto omaggiare un insegnante, un maestro di vita, nel modo a lui più naturale: scrivendo. Insegnaci come si vola  è uscito nelle librerie a fine marzo, edito dalla casa editrice La Gru, e sarà presentato alla Libreria Jolly del Libro martedì 3 aprile alle 18.30.

Uno spirito libero, girovago, animato ancora, a 82 anni, da una grande passione. Sono lievi sfumature quelle che riusciamo a cogliere della figura del maestro Renato, di cui Fabio Baronti ci ha raccontato nel corso della telefonata. Eppure, una volta conclusa la conversazione, ci sembra sempre più famigliare. E forse è proprio questa la sensazione che voleva trasmetterci lo scrittore veronese, classe ’79, banchiere con il cuore di un poeta che, fin da bambino, ha cercato di coltivare il suo grande amore per la scrittura e la poesia.

Concatenando avvenimenti storici e scavando a fondo nei suoi ricordi d’infanzia, Fabio Baronti ha unito come in un complicato puzzle (di quelli da migliaia di pezzi) tutte le tessere per comporre il suo libro d’esordio, Insegnaci come si vola. Un testo dedicato ad una figura centrale del suo periodo scolare, il maestro Renato che, dal 1985 al 1990, ha svolto non solo per Baronti, ma per un’intera classe, il ruolo di educatore e di guida; un incarico che, nella loro mente, non ha mai smesso di ricoprire.

Innanzitutto complimenti! Come è stato scrivere il suo primo libro?
Grazie. È stata un’avventura emozionante, perché ho scavato nel mio passato e quindi non è stato facile a livello emotivo mettere insieme tutti i tasselli. Spesso mentre scrivevo mi dovevo distaccare in preda a mille emozioni e talvolta mi commuovevo. Ricordare quegli anni, dall’ ’85 al ’90, è stato molto emozionante: ho dovuto ripescare vecchi quaderni dove avevo i miei temi! Nel contempo ho cercato di contestualizzare questa storia con gli eventi che si sono succeduti in quel periodo storico: l’esplosione della centrale di Chernobyl nel 1986, la caduta del muro di Berlino nel 1989. A Verona, invece, c’era stato il rapimento di Patrizia Tacchella nel 1990…

Ma partiamo dal principio: lei non è uno scrittore di professione, giusto?
Esattamente. Io mi occupo di ben altro: lavoro in una banca. Scrivo per hobby.

Lei ha anche una grande passione per la poesia. Da cosa nasce questo amore per la scrittura in generale?
Ce l’ho fin da piccolo. Ho iniziato scrivendo poesie e poi ho cercato, in questi ultimi anni, di trasformare questa mia passione per la poesia in racconti, provando a cambiare stile e il mio approccio alla scrittura. È qualcosa che ho coltivato negli anni, ma non è stato immediato.

È stato recentemente a Roma per il Premio Letterario Alberoandronico come finalista per la sezione racconti. Come è andata?
È stata una grande sorpresa perché sono risultato tra i primi 30 su 700 opere pervenute. Essere lì per me era già incredibile. Alla fine ho addirittura ricevuto una menzione di merito e una medaglia per il mio racconto, che parla del rapporto tra un uomo di 40 anni e un uomo anziano, un racconto generazionale.

Passiamo al libro. Il suo racconto d’esordio, Insegnaci come si vola, di cosa parla (in sintesi)?
In sintesi…di tante cose (ride, ndr). È una storia ambientata a Verona, alla scuola elementare Carlo Collodi. Al centro c’è la figura del maestro Renato, che è tutt’ora in vita (ha 82 anni e gira ancora per il mondo), che aveva questo modo di insegnare innovativo e non impositivo: prendeva iniziative personali che andavano oltre i programmi ministeriali e ciò ha fatto sì che tutti noi studenti, nel corso degli anni, lo ricordassimo con enorme piacere. Si parla anche di valori importanti come il rispetto per il prossimo, il valore dell’amicizia, la sensibilità verso la natura. Tutte cose che lui ci ha insegnato in maniera spontanea e che, quindi, noi non abbiamo mai percepito come lezioni, ma come un esempio di valori da seguire. Oltre a lui, che è la figura centrale del libro, ci siamo noi come classe, io come bambino, poi la storia si protrae fino ai giorni nostri con una sorta di evoluzione.

Questa figura del maestro Renato è molto particolare, una guida che forse oggi non è così semplice trovare a scuola…
Al giorno d’oggi è cambiato tutto dal punto di vista dell’insegnamento anche perché non c’è più il maestro unico. Al tempo lo si percepiva più come un padre, una figura accogliente. Adesso, avendo due o tre insegnanti, è difficile creare un legame importante e duraturo in cinque anni.

C’è anche Verona in questa storia. Che ruolo ha giocato la città nella sua vita?
Verona, e in particolare il quartiere di Croce Bianca nel quale sono nato e cresciuto, ha rappresentato uno sfondo ideale per me. Si stava bene in quegli anni perché la città viveva in un clima distensivo. Quando ero piccolo abitavo proprio di fronte alla scuola elementare (mia madre abita ancora lì) e dalla finestra vedevo sempre la scuola anche quando era chiusa.