Ieri sera l’appuntamento a Giardino Giusti con il presidente della Fondazione Vittoriale degli Italiani. Al centro la vita del Vate che, tra eversione e innovazione, puntò a fare della sua esistenza un capolavoro.

Ieri sera alle 18.30, nella cornice di Giardino Giusti, è andato in scena un nuovo appuntamento con il Festival della Bellezza. Sul palco, questa volta, lo storico e letterato Giordano Bruno Guerri, presidente Fondazione Vittoriale degli Italiani. Una serata dedicata alla vita di Gabriele D’Annunzio partendo dal tema dello snobismo dell’assoluto. Guerri ha iniziato invitando ad accantonare l’idea denigratoria che solitamente accompagna la parola snob, perché «un uomo che punta all’assoluto, può per certo esserlo».

Guerri traccia di D’Annunzio un ritratto che si allontana notevolmente dall’immagine del poeta come uomo dolente. Emerge l’uomo dello splendore, una personalità che stravolge gli schemi e supera ogni limite. D’Annunzio non fu solo un letterato ma un genio nel senso più rinascimentale del termine. Un uomo che ha sperimentato tutto, che ha voluto fare, e ha fatto, della sua vita un capolavoro seguendo l’idea che “l’uomo di intelligenza deve fare della sua vita un’opera d’arte”.

Sono due gli attributi, secondo Guerri, che più di tutti caratterizzano D’Annunzio. Eversore e innovatore. D’Annunzio visse contro ogni regola, ossessionato dal piacere carnale, dal sesso che divenne per lui necessità. Andò contro i dogmi della chiesa (che metterà all’indice i suoi lavori) e contro la morale dell’Italia restauratrice. “Conservare intiera la libertà fin nell’ebbrezza”, questi i celebri versi del poeta. Innovatore è forse attributo ancora più caratterizzante. Inventore della figura dell’intellettuale così come lo intendiamo noi oggi, uomo che definì il concetto di beni culturali e si batté per la difesa del territorio, politico che propose (si pensi alla Carta del Carnaro) idee che possiamo definire rivoluzionarie perfino al giorno d’oggi.

D’Annunzio, nei primi anni del ‘900, è l’italiano più famoso del mondo. Fama che cresce ancor di più con la mitica impresa di Fiume. Un poeta che conquista una città senza sparare un colpo provando «una felicità ossidionale alla vista della città da conquidere». L’errore più grande, continua Guerri, è il nostro voler nascondere l’impresa di Fiume sotto il tappeto, solo perché nell’immaginario comune è preludio al fascismo. È in realtà Mussolini che farà proprie le azioni del Vate, il suo parlare alle folle, il suo discorsi d’incitamento. Certo D’Annunzio non era uomo democratico (ma come può esserlo un superuomo) ma l’ideologia del fascismo non gli apparteneva.

Un D’Annunzio che risulta fregato dal Mussolini stratega politico, che si è impossessato dell’impresa di Fiume rendendola un baluardo fascista. E proprio sul vero rapporto tra i due ha insistito Guerri nei passaggi conclusivi del suo intervento, rievocando l’incontro che Mussolini e D’annunzio ebbero al Vittoriale. Dopo un’attesa di 25 minuti (questo è un tratto più che altro leggendario, dice), il duce fu ricevuto da D’Annunzio. Mussolini, che ricordava i trascorsi aviatori di D’Annunzio, lo salutò con un “Salve, o fante alato”. Il sommo poeta, in risposta, ricordando Mussolini combattente della Grande Guerra nei Bersaglieri, incalzò “Salve, o lesto fante”, rivelando tutta la sua “irriverente” personalità. Era Mussolini, non dimentichiamolo, ad essere nato sotto il mito della figura del Vate.

Camilla Faccini