Siamo andati a trovare l’artista internazionale Sergio Piccoli, quello che ha dipinto il cielo sopra la platea del Teatro Camploy, gli ingressi del teatro, ma anche la stazione di Porta Nuova, gli spazi della Funivia di Malcesine e il Teatro Diego Martinelli a Castelnuovo del Garda, moltissimi veronesi hanno in casa più quadri dell’artista scaligero, che ha esposto a New York e a Mosca tra alcuni dei luoghi del mondo, portando con sé Verona, nei suoi colori e nelle sue forme astratte.

Le cose non capitano mai per caso. Alessandra mi viene a trovare in studio e chiacchierando della città, di Verona, di Veronetta, del Teatro Camploy, dopo quello dell’architetto Rinaldo Olivieri viene fuori il nome di Sergio Piccoli.

Azzurro, il pomeriggio è troppo azzurro, per rimanere chiusi in studio.

Si perché il maestro Piccoli ha dipinto il cielo sopra la platea del Teatro e gli ambienti del foyer, ma non solo. Al tempo del Camploy, fine anni Novanta, Sergio Piccoli con le sue nuvole, i suoi cieli, le sue acque, ghiacciate e non, le sue macchie di colore improvvisate come note jazz erano un biglietto da visita internazionale di Verona, e in molte case c’era almeno un quadro di Sergio Piccoli.

“É da tanto che non lo vedo, che non si sente parlare di lui in città”- mi rimpalla Alessandra “Lo chiamo e andiamo a trovarlo!”. Alessandra Ruspini è Art Advisor di Fuoriartegallery e per un po’ di tempo ha coltivato l’arte di Sergio Piccoli, sono amici; dalla mia ho sempre amato i suoi colori e il modo di farli “evaporare”sulla tela, i suoi quadri mi ricordano una Verona che produceva cultura ad ogni angolo di strada.

Concordiamo una chiacchierata nel suo studio per il giorno dopo, il maestro ci aspetta ben felice di aprirci le porte del suo mondo a patto che non lo intervistiamo, non gli interessa fare sapere dei “fatti suoi”; ci ricorda che pochi giorni fa lo aveva chiamato la Hunziker per incontrarlo, era rimasta colpita da quello che aveva visto al Camploy, ma lui le ha detto che non si muoveva, insomma ha tagliato corto, “Maestro, ma noi siamo meglio della Hunziker…” sorridendo “Non c’è dubbio!” ci risponde anche. Sappiamo già che sarà un racconto senza domande.

Cerco lestate tutto lanno, e allimprovviso eccola qua.

Aperta la porticina, il maestro spunta con la testa sorridendo e abbraccia Alessandra, sono a seguito. Varcata la soglia, esplode il colore. Come polvere di stelle è depositato su tele, legni, fogli, tavoli da lavoro, pennelli e barattoli. Alcuni quadri di grandi dimensioni sono appesi, rossi, che si macchiano di altri colori verso i bordi, gialli stesi in moto circolare e morbido fanno intravvedere il grigio il nero, verde compatto come un prato con fili impercettibili materici, grigio che si tuffa nel rosa e viceversa come amplesso amoroso si sciolgono e si muovono come corpi amanti e sensuali.

Il Maestro si muove in continuazione da un capo all’altro del piccolo e accogliente capannone, spostando tele e raccontando come fiume in piena; nell’aria la musica e la voce di Louis Armstrong, fanno eco, “ I see trees of green, red roses too. I see them bloom for me and you” Sì, qui è bellissimo davvero.

E con le tele di Sergio Piccoli riappare una Verona dimenticata, una Verona che si ritrovava nei caffè e nelle osterie a parlare di cultura, una Verona internazionale portata a New York e a Mosca da Piccoli, “Ah in America mi ricordo che tutti mi salutavano e mi riconoscevano…Tu Italia?!…Verona! rispondevo”. Il maestro ci racconta del caffè con Woody Allen che lo ha salutato in un bar alle Zattere a Venezia e si è fermato dopo aver visto le sue opere, di un bicchiere con Dustin Hoffman, e del quadro venduto a Barbara Streisand, tempi nei quali l’arte si specchiava ovunque e le persone parlavano, dialogavano, producevano cultura, senza confini.

Respiriamo a larghi polmoni, ci piace moltissimo quest’atmosfera. E i quadri. Che meraviglie. “Ah qua no ghe n’è campanili…!” ci ricorda in dialetto Sergio Piccoli, così esordiva quando qualcuno voleva andare a vedere le sue opere, rammentando un astrattismo che come stile ha inventato lui “..Solo macce! Fatte ben de sicuro, ma solo macce”. Sorride. E che macchie, ti ci tufferesti come mare di tutti i colori, come stoffe morbide e setose, vorresti subito portartene via uno enorme da appendere a casa. Possedere bellezza, goderne.

Il maestro ci ricorda poi di quando gli imprenditori facevano i mecenati e riponevano nella sua arte totale fiducia, la stessa che l’architetto Olivieri ha riposto nel 1997 per le pareti e il soffitto del Camploy, carta bianca: “Maestro ma quel cielo enorme come ha fatto a dipingerlo?”-“Ah, l’ho fatto io sul posto! E poi abbiamo pulito pezzo per pezzo, linea per linea le giunture in alluminio…ma avete visto i rosa dell’ingresso?…”-“Maestro, cosa c’è di Verona nelle sue opere?” sgrana gli occhi azzurri, cieli e specchi profondi essi stessi – “La mia vita! Verona è in tutti i miei quadri, il rosa è il suo colore.”

Dietro a Sergio Piccoli esplode la città, i suoi marmi, le sue pietre, è come se le Arche Scaligere si frantumassero, diventassero polvere che sale, nuvola rosa, bianca, grigia in un cielo azzurro. Il cielo di Verona ha le sue stelle, luci che si vedono anche lontano dalla città e che fanno della stessa un luogo internazionale, ma è anche vero che siamo provinciali, altrimenti sapremmo farne risorsa, da dentro, senza bisogno di chiamare altri ai quali affidare la nostra voce.

Sergio Piccoli è Verona, un pensiero ed un colore universale che si fanno emozione, sotto il nostro cielo pieno di desideri in questo pomeriggio senza tempo. Nell’aria il pianoforte di Keith Jarrett.

Ma il treno dei desideri, nei miei pensieri allincontrario va.

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