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Di Verona, come ogni città, è la marca, il suo valore identitario. Il centro storico non deve essere svenduto, né affidato ad eventi che lo rendano uguale ad altri, calati dall’alto.

Il “come”, la logica con la quale progettare l’offerta di un luogo è cosa assai seria da condividere con gli abitanti, con i commercianti, con le variabili che vi insistono. Esso è il biglietto da visita collettivo, un territorio inteso come insieme di luogo abitato e di mercato, luogo dove avvengono le contrattazioni, gli scambi, non solo economici, ma sociali, si instaurano relazioni, si crea valore non solo prezzo, si costruisce la reputazione.

È nel centro storico che si sviluppa il senso di appartenenza, da “esportare” poi nelle periferie, un’appartenenza che implica responsabilità condivisa, quel bene comune: il quotidiano, il commercio, le botteghe, i negozi, le attività commerciali e turistiche concorrono a costruire questo valore.

È difficile amministrare un territorio, è lo stesso spazio in cui convive il ristoratore che vuole aumentare il plateatico perché ha tanti turisti e la signora che abita al primo piano dello stesso stabile che si lamenta della confusione e del baccano che quel bar fa la notte e chiede che sia chiuso, ma la domanda sorge spontanea, dove stiamo andando? Quale valore sta inseguendo per esempio Verona, quale identità?

In centri storici dove si sta insinuando in assoluto silenzio una politica commerciale che li rende sempre più centri commerciali diffusi, ovunque le stesse grandi marche, una politica degli affitti troppo alti in mano sempre più agli stranieri, uno scollamento tra i negozi e le attività temporanee (vedi banchetti, eventi ecc.), l’assenza di un piano, di una visione condivisa, dove i commercianti non si lamentino e basta, sottraendosi quando vengono chiamati a mettere o a rinunciare a qualcosa, dove gli abitanti hanno paura di diventare merce rara, o in esubero da lasciare in magazzino, dove le amministrazioni per paura di prendere decisioni lanciano ogni tanto un contentino, dove gli enti territoriali e di categoria latitano a meno di proclami, dove la qualità del turismo sia sempre più bassa in una filosofia dell’usa e getta che ci sta portando a dover analizzare le città attraverso la lente dell’antropologia, con un turismo che modificherà il carattere e le abitudini del centro storico, la nostra vita.

Mi chiedo che prezzo ha tutto questo, quale qualità della vita stiamo inseguendo, se conosciamo davvero il valore delle cose ed abbiamo coscienza di quel che ci accade. C’è sempre un esempio che racconto ai miei studenti per spiegare il valore diverso dal prezzo, la differenza tra luogo, uno spazio con delle relazioni identitarie, riconosciute e riconoscibili, e il non luogo, uno spazio e basta uguale ovunque, indifferentemente: un racconto.

Il mio compagno deve andare a Parigi per lavoro, mi illumino e gli chiedo a mani giunte e con sguardo da gattino abbandonato di trovare cinque minuti per andare in Rue Cambon, 31 dove ancora aleggia la magia di Coco e comprarmi una boccetta di Chanel N.5, il mio profumo da ormai vent’anni. Offro anche un’alternativa, semmai di andare alla Gallerie Lafayette al piano terra. Dopo qualche frase del tipo «Non riesco, sono blindato, poco tempo» mosso a pietà, ottengo una promessa.

Ovviamente posso trovare quel profumo in ogni profumeria vicina, sotto casa, ma quello che sto chiedendo è di portarmi un po’ di Parigi, di quella città di quel luogo, un po’ di Coco, un po’ di storia dei profumi che in Francia ha fatto reputazione. Così, dopo la sua partenza, lo immagino prendere un taxi attraversare la città, come se unico scopo di quel viaggio fosse prendere la mia boccetta di profumo: vedo il Lungosenna, Notre Dame, La Tour Eiffel, ricostruisco Parigi nella mia testa, sento il sapore della Baguette calda con il burro spalmato sopra, sento il profumo di una boulangerie. Voglia di ritornare.

Mi viene in mente la prima volta che sono andata a Parigi da sola, primo anno di università, per essere indipendente avevo trovato lavoro come correttore di bozze e tuttofare in una ditta di grafica, la referente del giornale francese si era ammalata, bisognava portare le bozze di una pubblicità: il profumo di Paloma Picasso, alla redazione di Marie Claire che aspettava i disegni. Non c’era internet a quei tempi.

Arrivo al mattino in treno, un taxi, in Place de la Maddaleine c’è la redazione, frastornata, incredula, le scale di un palazzo ottocentesco, in un salone con stucchi che sembra Versailles, ci accoglie un signore di mezza età, foularino al collo e improbabili colori pastello dell’abito. Mi fa il baciamano, sorride. Ammicca. Mi chiedono i disegni, me ne ero completamente dimenticata, ma per fortuna la cartellina mi è rimasta attaccata alla mano. Li ho consegnati. Non capisco una parola, troppo veloci, la ragazza italiana mi spiega che sono piaciuti, che si scusano se Paloma non è presente, ma aveva un impegno. Dopo venti minuti ero già di nuovo in strada. Mi rendo conto solo allora che avrei potuto incontrare la figlia di Picasso, quel Picasso tanto amato e odiato, studiato, guardato, non ancora del tutto compreso nel messaggio, ma di certo nella grandezza. Un brivido lungo la schiena. Parigi. Tutto questo è in quella boccetta di profumo in arrivo da Parigi.

Il mio compagno ritorna, certo felice di rivederlo, ma attendo come una bimba la sera di Natale il mio dono: un sacchetto bianco mi viene sventolato davanti con un gesto della mano che se fossero parole sarebbero «Ecco qua!….», e un sorrisetto. Qualcosa non mi quadra. Apro il sacchetto estraggo il profumo, si si è Chanel N.5… – «Contenta?!». Rimetto la mano nel sacchetto ed estraggo un foglietto, lo scontrino, leggo. Non è il prezzo che mi tira lo sguardo, ma il nome di dove è stato acquistato il profumo: è il Duty free dell’aeroporto.

Quella boccetta di profumo, il mio profumo, non ha più nessun valore, e il mio compagno rischia di rotolare giù dalle scale insieme al sacchetto ancora pieno, Parigi lentamente sta andando in frantumi, forse è tempo di cambiare profumo. Forse anche città.