Nel 2014, solo in Italia, si sono potute contare migliaia di nuove idee di impresa che hanno provato a sgomitare sul mercato per cercare chi, lungimirante e un po’ visionario, fosse disposto a finanziarle. Quasi nessuna ci è riuscita. Viaggio in un mondo pieno di sogni ma pur sempre precario.

 

Non esiste una univoca traduzione in italiano di “startup”. Da una parte ci si riferisce alla fase di start up, ovvero quel primo momento di un’avventura aziendale in cui si buttano le idee sul tavolo e si cerca di trovare qualcuno disposto a finanziarle. Quando questo “qualcuno” arriva, la fase di start up è terminata. In tempi moderni questa definizione è diventata specifica per le idee di impresa lanciate dai giovani, coniando quello che potremmo definire un neologismo: “startup” (tutto attacato). Si tratta di quelle idee di impresa che sono in fase di start up per definizione, perché non hanno soldi, non hanno una base economica, ma si strutturano solamente su un’idea, alla ricerca di finanziatori. In lingua italiana potremmo tradurle come “fase di avvio”.

I giovani, under 25 si intende, le conoscono come le proprie tasche, molti altri non sanno esattamente di cosa si tratti, eppure ne leggono sui giornali ogni giorno, anche più volte. Perché? Difficile a dirsi. Nel 2014 sono state, solo in Italia, migliaia le idee di startup. Lungo lo stivale decine e decine di eventi, di incubatori o di acceleratori hanno portato questa dinamica del fare impresa all’esasperazione, regalando il più delle volte speranze poco concrete. Verona non si salva, anche qui è dilagata la moda. “Startup weekend”, “Startup day”, “Startup competition” sono solo alcuni esempi. Tantissimi giovani, tante idee, pochi investitori, pochissime possibilità di farcela.

Ma qual è la vita media di una startup? Quante di queste hanno un reale futuro nel mercato del lavoro? Quanto è sensibile l’Italia al fenomeno? Seguendo la pubblicazione del guru delle startup in Italia, Riccardo Luna, ex direttore di Wired, e ricercando dati sull’argomento, abbiamo provato a rispondere a queste domande.

Leggi la classifica delle Startup stilata da Riccardo Luna: Riccardo Luna e la Top100 di StartupItalia

I numeri in Italia

Secondo i dati che Unioncamere ha pubblicato all’inizio dell’anno, sarebbero circa 3200 le startup iscritte nella sezione speciale del Registro Imprese, con un aumento che rispetto al 2013 tocca quota +74%. Il fenomeno dovrebbe fare pensare, fotografa una situazione più di instabilità che di prosperità. Tanti giovani che hanno tempo da investire in progetti fantasiosi e pieni di speranze, ma si sa, è proprio da momenti come questi che emergono le migliori idee. Di queste 3200 iscritte pochissime sono in realtà in grado di mettersi in luce. La parola d’ordine deve essere innovazione, perché se l’idea è vecchia cade ancora prima di partire. Per questo motivo il 78% sono nel mondo dei servizi, il 18% nell’industria e il 4% nel commercio. Spesso si legano a soluzioni informatiche come produzione di software, consulenza, creazione di community o di reti online. Paradossalmente però, molte delle idee che prendono piede in Italia tramite investitori italiani propongono piani di azione concreti: agricoltura, commercio, settore secondario. Le startup legate al mondo dell’informatica vincono perché interessano investitori esteri e questo taglia di fatto già una buona parte degli startupper, perché per farsi notare occorre sapere molto bene le lingue, partecipare ad eventi internazionali, vendere la propria idea a investitori stranieri. Se limitiamo il campo di azione a business angels (vedi glossario) italiani, la percentuale di exit rasenta probabilmente percentuali decimali.

Il problema è ovviamente la ricerca di fondi. Per avviare una startup, studiarla e proporla occorrono comunque soldi: per le trasferte, per le ricerche, per la promozione e il marketing. L’accesso al credito è lento e spesso impossibile per molti giovani che non hanno garanzie alle spalle se non quella di una solida formazione universitaria. Per farsi un’idea, secondo Unioncamere 6 su 10 hanno dato vita alla propria idea partendo da una base di 50mila euro, ma molti questa base non ce l’hanno e spesso devono rinunciare a idee davvero innovative.

Di questo mare di 3200 idee, la maggior parte nascono e crescono a Milano, e la Lombardia è di gran lunga la regione capofila.

Secondo il Ministero dello Sviluppo Economico, invece, le startup composte in maggioranza da ragazze sono solo il 12,5%. Dati che sono stati confermati anche da una ricerca analoga condotta da Ibm Italia e dal network di coworking Talent Garden (esso stesso una startup inserita nella pubblicazione di StartupItalia) che si è basata sui cinquettii di Twitter per capire dove stia la tendenza degli startuppers.

Leggi qui tutti i dati sulle startup italiane

Crederci sempre, arrendersi mai

Demordere quindi? Assolutamente no. Lo dimostra anche l’iniziativa lanciata da EXPO Milano 2015, che ospiterà all’interno del Padiglione Italia le milgiori startup (100) vincitrici di un bando indetto da Camera di Commercio Milano. Il bando ha stanziato ben 1.550.000 Euro per finanziare 15.000 Euro a fondo perduto per ciascuna di queste startup in servizi di affiancamento, consulenza o investimento in risorse umane. Ma questa è solo una delle iniziative di questo tipo. Basta cercarle, con un po’ di tempo, pazienza, una buona idea e la giusta dose di fortuna. Trovarsi al posto giusto al momento giusto. Crederci sempre, arrendersi mai.

Un piccolo glossario per comprendere meglio…

 

Articolo precedenteHacker e tecnologia, incontro a Mezzane
Articolo successivoRiccardo Luna e la Top100 di StartupItalia