Si sono sposati a Cerro Veronese, nell’Italia di lei. Si sono conosciuti qualche anno fa nell’America di lui, Nicoletta suonava il piano, Christopher le percussioni. Passepartout Duo è il nome che hanno scelto per la loro orchestra privata e pubblica. Potrebbero scrivere un bel libro sulle residenze artistiche visto che si perde il conto di quelle che hanno trattenuto nella loro pregiata ricerca musicale. Dal 2015 scavalcano Paesi e frontiere musicali, certi, come sono, che tutti i confini siano friabili e vadano travalicati perché si possa approdare a qualcosa di simile alla commozione.

Skype traballa quando iniziamo a parlare. Loro sono a Cipro, «in una residenza artistica», una delle infinite che hanno all’attivo. Il Wi-Fi non aiuta, le voci di Nicoletta Favari e Christopher Salvito, entrambi 26 anni, sono coraggiose e insieme lievi. La leggerezza che sanno conquistarsi solo gli audaci si infila nei loro discorsi e il perché si capisce presto. Lo sanno da quando hanno lavorato insieme la prima volta (nell’ensemble di musica contemporanea all’Atlantic Music Festival in Maine, ndr) che le credenziali dell’ispirazione non si trovano senza fatica; devono essere inseguite, a volte, addirittura intuite nelle suture degli incontri che si fanno, delle collaborazioni che si intrecciano.

Lei è originaria della montagna veronese (Cerro, ndr), sulle spalle anni di conservatorio a Verona con il perfezionamento in Estonia e in Scozia. Poi l’America dove incontra lui, del New Jersey, percorso musicale diverso nei luoghi ma non dissimile per costanza e risultati. Si trovano e «una cosa tira l’altra» come ci dice Nicoletta, con uno stupore mai smussato. Dal 2015, anno della loro nascita come duo, viaggiano, fanno concerti, eseguono e compongono. Cuba, l’Islanda, in mezzo Berlino e Bruxelles. Ad unirli due sigilli tra i più perenni: la musica e l’amore. «La disciplina dell’azione desiderata» la chiamava Natalia Ginzburg e loro sembrano dei maestri in quest’arte quotidiana che è circostanziare i propri sogni. Un sito condensa quello che hanno fatto, dove, fino a questo momento, sono stati. Uno tra gli ultimi post che hanno pubblicato è dedicato proprio alle residenze artistiche, snodi fondamentali nella loro vita musicale come personale.

Porti di mare provvisori, mai approdo ma sempre inizio che loro chiamano, di volta in volta, casa. «Da qualche anno abbiamo scelto di abbandonare ogni stabilità per lavorare ovunque, tra residenze, tournée e progetti in vari Paesi. Siamo in viaggio a tempo pieno». Bandi, concerti ma anche risorse messe a disposizione proprio dalle residenze permettono loro di fare quello che fanno, ovvero di consegnare l’arte all’imprevisto, rendendo il tutto sostenibile anche economicamente. «Non c’è un repertorio classico per le percussioni; siamo costretti ad innovare». L’articolarsi dei nuovi linguaggi si lascia guardare anche nei video che ritraggono le loro performance. Come in Poor Margie: Nicoletta al piano, Cristopher alle percussioni, la scenografia è una casa con la tappezzeria e i fiori freschi sul tavolo, da una vecchia tv esce una voce registrata che integra e drammatizza la loro musica, creata da un compositore americano (Florent Ghys, ndr) ma arrangiata da loro stessi. Uno dei filoni della ricerca di Passepartout Duo è anche l’approccio allo strumento che può essere stravolto e ricomposto come in Digit #2Mayke Nas dove il piano è suonato con gli avambracci e con tutta l’intensità ironica, ma anche sconcertante, che ne consegue. «Filmiamo le nostre creazioni musicali, sia per narrare la nostra esperienza nel luogo in cui quel momento risiediamo, sia per raggiungere un pubblico più ampio».

Una creatività, la loro, che sconfina anche nell’applicazione pratica, come nel ripensamento del bagaglio degli strumenti. «Non possiamo trasportare le percussioni e il piano sempre con noi. Soluzioni digitali e piccole tastiere ci accompagnano nei luoghi più improbabili». Il loro nomadismo artistico è quasi parte del pacchetto per chi fa musica classica-contemporanea e vuole farla con l’etichetta immensa della ricerca senza sconti, pura e finissima.

C’è un luogo, nella loro geografia personale, sul quale ritornano spesso con il pensiero. «L’Islanda», dicono entrambi, quasi in fretta. A nord, nel villaggio di Ólafsfjörður, hanno composto il loro primo album/vinile (che uscirà nel mese di settembre e che deve il fascino della copertina agli artisti pechinesi, conosciuti proprio nella residenza islandese, Yannis Zhang e Yumo Wu). L’idea era «creare un vinile che fosse per metà un’opera d’arte visiva, per metà un’opera d’arte musicale», frutto anche dello scambio con compositori locali che, nel silenzio limpido e feroce di zone così remote, fanno del suono una forma di necessità. L’elenco delle loro mete future è lungo, dentro c’è anche l’isola di Spitsbergen, in Norvegia, dove trova sede il quasi fantascientifico Svalbard Global Seed Vaul, ovvero, il più grande deposito di semi del mondo, più o meno, un’Arca di Noè della biodiversità. Nel canovaccio parallelo e trasversale, quello dei desideri, c’è, invece, un progetto al quale tengono molto. Attraverso i contatti che hanno stretto, con un concorso (finanziato poi con la modalità del crowdfunding) vorrebbero dare la possibilità ai giovani artisti di sperimentare la vita in una residenza internazionale, ogni anno diversa. Intanto, fino all’aprile del 2020 saranno in viaggio. Perché solo tra peregrinazioni e dilatazioni riescono a condensare il loro tentativo, quello, come l’ha descritto qualche giornale straniero con parole incantate, «di due persone che cercano di dimostrare, senza sosta, che l’essenza dell’arte non può essere trattenuta dalle barriere di nessuna forma».