Raffaella Milandri

Nonostante sia stato in solitaria, non si può dire sia stato in solitudine il viaggio in Alaska di Raffaella Milandri, attivista umanitaria per i diritti dei popoli indigeni. Della sua avventura, durata due mesi, colpisce la profondità e l’essenzialità dei racconti descritti nel suo ultimo libro, In Alaska. Il Paese degli uomini liberi, presentato il 13 ottobre dalla Libreria Gulliver al Museo Africano di Verona.

di Federica Lavarini

«Questa non è una fuga, è la necessità di vivere la sensazione di perdere tutto ciò che do per scontato, di non avere nulla, di essere nessuno. Il viaggio e l’avventura sono il contrappeso che mi serve per tollerare il quotidiano». Sono motivazioni che ritorneranno, amplificate, nelle testimonianze delle persone incontrate da Raffaella nel suo viaggio. Se «una donna italiana da sola deve fare una certa impressione…», come scrive Raffaella della sua accoglienza in Alaska, incuriositi da tanto coraggio le rivolgiamo alcune domande.

Qual è il motivo che la porta a viaggiare da sola? E perché in Alaska?

Viaggiare da soli è prima di tutto un’esigenza, che io coniugo con la necessità di incontrare le popolazioni indigene. Per me non esiste viaggio in solitaria dove non ci siano anche popoli indigeni: viaggiare da sola significa poter avere un rapporto diretto, non filtrato, con questi popoli che cerco di aiutare diffondendo la loro situazione, anche grazie alla onlus che ho fondato di recente, Omnibus Omnes. Il film Into the wild è quello che mi ha dato la motivazione per andare in questo paese freddo e lontano, dove la natura è allo stato nativo, selvaggio. Non avevo alcun contatto con gli indigeni Inupiaq prima di partire dall’Italia, ho solo prenotato un aereo e noleggiato un fuoristrada.

Una volta in Alaska, come sono andati gli incontri con le persone del posto?

Sono sempre stata accolta molto bene e credo sia dipeso dal fatto che ho sempre cercato di avere uno spirito chiaro e sincero con loro: non ho secondi fini e penso possano averlo percepito, anche se sono popoli che in passato hanno subito molti soprusi. Nei miei incontri con i popoli indigeni cerco di mettermi sullo stesso piano rispetto a loro, di spogliarmi di tutto ciò che è il mio essere occidentale e di tutte le convenzioni e certezze tipiche di una vita che vorremmo fosse sempre sotto controllo.

Chi sono gli uomini liberi che ha incontrato in Alaska?

La libertà è un concetto che esiste dentro di noi, non nella realtà. John, reduce dal Vietnam, e Floyd, originario di Seattle, lasciano entrambi la famiglia per vivere qui. I traumi della guerra e la sterilizzazione forzata subita inconsapevolmente dalla moglie Inupiaq di Floyd, sono causa di relazioni coniugali sofferte, in cui l’unica via di salvezza è stata, per loro, rifugiarsi in Alaska. Sono uomini che devono pagare la propria libertà di evasione dal mondo consumistico, e dai propri demoni, accettando la scomodità di vivere in una capanna senza luce elettrica, convivendo con il rischio di essere aggrediti da un orso.

Ha conosciuto un nativo Inupiaq, capitano Roy, che le ha affidato un messaggio…

Roy mi ha affidato un appello per il suo popolo, che vive sotto la costante minaccia delle industrie petrolifere che vogliono trivellare l’Artico. A queste, Roy chiede una garanzia: di possedere la tecnologia con la quale riuscire a far fronte alle conseguenze di una fuoriuscita di petrolio. Un disastro è già sotto i nostri occhi ed è il riscaldamento globale a causa del quale l’orso polare è diventato un animale di terra e non più un animale dei ghiacci. L’avermi fatta portatrice di questo appello mi ha fatto entrare nella loro comunità. Le persone, i nomi, sono quello che porto nel cuore dopo questo viaggio.

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