La sua è un’arte delle origini, del lavoro contadino. Al Vinitaly e alla Fiera Cavalli, le sue Biosfere di ferro e bronzo si sono fatte certamente notare. E le sculture di Pinocchio fregiavano le vie all’ultimo Festival del Libro di Soave. Impossibile non fermarsi ad ammirarle. Ma Francesco Bertolini  è anche musicista – suona la cornamusa e il violino – e ballerino: gira il mondo con il gruppo di danze popolari.

Francesco Bertolini, in arte Bertocesco, classe ’42, è un artista eclettico, istintivo ed energico. Persona umile, piena di amici, «di gente che mi vuole bene». La sua gioia più grande? La famiglia. Numerosa. Una moglie adorabile, quattro figli e dieci nipoti. Indimenticabile anche la partecipazione a Ciao Darwin, trasmissione tv di Paolo Bonolis. La sua ossessione è la ricerca dei materiali che lui sperimenta con le mani, con la voglia di creare, di dare vita a ciò che il suo sentire più profondo percepisce. La passione per l’arte in generale caratterizza la sua esistenza. L’amore per Bovolone lo hanno portato a realizzare tra tante cose, il Centro Sociale di Bovolone e il Museo del lavoro povero, dove trovano memoria oggetti della civiltà contadina della pianura veronese.

 

Quando ha iniziato la sua attività?

A nove anni ho iniziato a lavorare il ferro con la fresa (mi fa vedere come funziona,  ndr). Finita la scuola, ho provato ad andare a lavorare in fabbrica ma non ce l’ho fatta, sono tornato a lavorare il ferro. Poi con la scuola d’arte ho capito che la mia strada era un’altra.

 

Come nasce un’opera?

Sento il desiderio di trasformare la materia, è come comporre una musica. Ci deve essere armonia fra quello che sento e quello che creo. Le biosfere che ho fatto sono il simbolo della vita, della natura che spesso l’uomo distrugge.

 

I materiali sono il letmotiv della sua vita? Quali sceglie?

Ho lavorato di tutto: marmo, legno, ferro, bronzo, plexiglass, allumino, perfino il cemento ma anche tantissimi materiali di recupero. Per esempio con il nylon fuso, quello che copre i campi agricoli, ho realizzato una cinquantina di sculture. Ho costruito le biosfere con materiali metallici che erano stati buttati via, scarti di qualche azienda. Con il legno ho omaggiato l’arte simbolica totemiana dei precolombiani e le mie “fameje” (le famiglie) ne sono la prova.

 

Dove ha trovato le maggiori soddisfazioni?

Ho spedito opere un po’ in tutto il mondo ma, si sa no: “nemo propheta in patria”. A Innsbruck sono famoso. Facevo due mostre all’anno, in primavera e in autunno. In passato il marmo mi ha dato più soddisfazioni del ferro. Ultimamente però con le biosfere e i Pinocchi ho ricevuto diversi complimenti. (ride nuovamente, è davvero modesto, ndr).

 

Dove trae ispirazione?

Dalla terra e dai viaggi. Sa, ho sempre cercato di fare qualcosa di diverso, qualcosa di nuovo. Ho visto in Indonesia cose fatte con le stroppe, con il bambu e le ho rivisitate con la mia passione, utilizzando ferro, bronzo e tutto quello che potevo.

 

Quali sono le sue passioni?

La cornamusa, il violino, il canto e le danze popolari. Con il gruppo di danze popolari ho girato il mondo. Dall’America la Giappone, dall’Indonesia alla Russia. Quest’anno il Nepal. I canti e danze popolari venete approdano a Festival patrocinati dall’Unesco.

 

Quale è il paese che l’ha affascinata di più?

Il Nepal, quando hanno fatto la festa dei colori è stato bellissimo. Non possiedono niente ma tutti danzano in piazza felici: si colorano e ti abbracciano.

 

La sua ultima creazione?

È l’orchestra di bronzo, dove i Pinocchietti sono musicisti. La musica è arte e niente è più bello di questa armonica combinazione.