L’ispirazione è figlia dell’impegno. Quasi un assioma per Filippo Tapparelli la cui opera prima L’inverno di Giona ha conquistato il “Premio Italo Calvino” per gli scrittori esordienti. Veronese, ha nel cuore la Lessinia e ovviamente l’amore per la scrittura.

Tante crocette segnate meticolosamente con la penna rossa sul calendario per indicare i giorni dedicati alla scrittura. Ne sono servite ben 380 a Filippo Tapparelli per siglare con la parola fine il suo romanzo d’esordio. L’inverno di Giona, edito per Mondadori, è un libro figlio dell’impegno, della fermezza e della passione. Nel mezzo, c’era una storia che premeva per essere raccontata.

«Ho sempre creduto più nella determinazione che nell’ispirazione», esordisce il quarantacinquenne veronese che con la sua opera prima si è aggiudicato la 31a edizione del “Premio Italo Calvino” per gli scrittori emergenti. Non un punto di arrivo, quanto piuttosto una linea tracciata da cui partire per entrare nel mondo dell’editoria.

«Almeno per me, è la costanza che permette alla vicenda di svilupparsi. Ci sono stati dei giorni nei quali non avevo idea di cosa avrei scritto e la voglia di farlo mancava del tutto. Ed è stata proprio la prospettiva, a quel punto aberrante, di lasciare una casella vuota sul calendario a spingermi a farlo e a scoprire che, in fondo, la storia c’era già. Aveva solo bisogno di una spintarella per essere scritta», prosegue, ritornando alla genesi della sua prima pubblicazione.

Laureato in Lingua e letteratura inglese e russa all’ateneo scaligero, impiegato in un’azienda metalmeccanica, non è certo uno che si dedica da sempre alla scrittura. «Ho iniziato poco più di una dozzina di anni fa. All’inizio, grazie ai miei studi schermistici, ho aiutato amici scrittori a rendere più plausibili certi scontri nei loro romanzi. Poi, grazie al suggerimento di un caro amico, ho provato a cimentarmi in qualcosa di mio sotto forma di racconto e da quel momento ho scoperto che quelle parole che buttavo sulla carta mi aiutavano a capire meglio me stesso. Successivamente sono passato a qualcosa di più lungo di un racconto».

Filippo Tapparelli

Allora è apparso L’inverno di Giona. Con lui il personaggio del protagonista, Giona: «Mi ha affascinato per la sua capacità di scegliere. Dopo anni di vessazioni, ha trovato il coraggio di alzare la testa e la forza di scorgere una scintilla di possibilità nell’oscurità della consuetudine. Perché c’è soltanto una cosa peggiore del dolore ed è abituarsi ad esso», rivela.

Tra le righe del romanzo non affiorano unicamente persone, ma pure riferimenti precisi al territorio scaligero, in particolare alla Lessinia. «È una terra di confine: non è né montagna né collina. Certi suoi borghi, in certe ore del giorno e in certi luoghi, sembrano sospesi nel tempo e nello spazio come spettri. Per me è stato impossibile non rimanerne affascinato. Allo stesso modo la Valpolicella: tanto ricca e operosa, contiene scorci che sembrano vivere più lentamente del contesto nel quale sono immersi. Come se il tempo, lì, rallentasse…», confessa. Atmosfere da scoprire o ritrovare nella lettura.

Il mestiere di scrivere non ammette improvvisazione, ma si alimenta della curiosità e della forza di mettersi in discussione, anche a partire dai propri punti deboli. E a chi come lui sente prepotente l’ardore dello scrittore, ma ancora non riconosce chiaro l’orizzonte che ha davanti, Tapparelli consiglia: «Leggere. Leggere tanto e leggere “roba buona”. Diversificare, studiare i grandi della letteratura. Imitarli e non farsi intimorire da generi letterari che consideriamo “minori” perché, almeno per me, ne esistono solo due: il genere buono e quello scritto male».

Una domanda finale è quasi d’obbligo: ci sono altre pagine nel cassetto pronte per essere consegnate alle stampe? «Ce ne sono un altro paio – conclude –. Vedremo se troveranno un piccolo spazio in libreria».