Veronese, 33 anni. Da quattro vive a New York con il marito e i loro due bambini. Camilla Mendini, in arte Carotilla, si definisce un’influencer di lifestyle etico. Sui social ha una sua community molto attiva e attenta ai temi della sostenibilità, in particolare a quelli legati alla moda. Il suo brand è Amorilla, le sue collezioni sono “Storie d’amore”.

Abbiamo ancora negli occhi le meravigliose e coloratissime piazze italiane e di mezza Europa piene di giovani che, in occasione dei Fridays For Future, sono scesi in piazza a manifestare per il clima con una mobilitazione senza precedenti. A guardare con interesse e con ammirazione l’iniziativa ispirata all’esempio di Greta Thunberg, la sedicenne svedese che ogni venerdì salta la scuola per protestare davanti al parlamento di Stoccolma, è Camilla Mendini, conosciuta sul web con lo pseudonimo di Carotilla.

Camilla nasce a Verona e dopo il diploma al liceo classico Scipione Maffei diventa una graphic designer. Quattro anni fa si trasferisce nella Grande Mela assieme al marito, imprenditore nel settore alimentare negli States, e trova nella moda il settore in cui esprimere il proprio pensiero etico e sostenibile. Attraverso i canali social, in particolare Youtube e Instagram, entra in contatto ogni giorno con migliaia di persone che la seguono in ciò che fa, in ciò che pensa e in ciò che suggerisce. Il suo essere “influencer” la rende felice e, soprattutto, contribuisce a diffondere temi sempre più necessari per il futuro.

Camilla, tagliamo la testa al toro. Cosa ne pensi della piccola Greta?

Fantastica, ci vorrebbero più persone come lei. È meraviglioso vedere come una ragazza così giovane si interessi all’ambiente. In fondo sono proprio i giovani che nel loro futuro saranno quelli più colpiti dalle conseguenze del cambiamento climatico e saranno anche quelli, purtroppo, che non riusciranno a poter far fronte all’emergenza, diventando le prime vere vittime di ciò che sta già accadendo.

Nonostante la grandezza di quello che è riuscita a fare, con una mobilitazione globale mai vista per il clima, anche per lei si sono attivati gli haters sui social…

Gli haters (in italiano traducibile con “odiatori”, ndr) ci sono e ci saranno sempre, a prescindere da un contenuto o da un’iniziativa più o meno lodevoli. Greta trovo che abbia una forza e un’intelligenza tali da permetterle di essere di ispirazione positiva per milioni di persone e andare oltre la cattiveria che corre online. Mi auguro che i miei figli abbiano la stessa sensibilità sui temi per cui la giovane svedese si sta impegnando.

A proposito di haters, è capitato anche a te qualche episodio spiacevole?

No, non mi è ancora capitato, forse perché rientro ancora in una nicchia. Quelli che si manifestano mi riprendono più dal punto di vista fisico e personale che per gli argomenti che tratto. Ci sono delle persone, quello sì, che hanno deciso di “defollowarmi”, di non seguirmi più sui social, perché dicevano che stavo diventando troppo estremista e perché stavo allargando i miei interessi dalla moda sostenibile ad altri ambiti della vita.

Questa apertura verso altri settori ti è venuta naturale o è una conseguenza del tuo impegno nella moda sostenibile?

Entrambe le cose. Il mio impegno nella moda etica è iniziato guardando il documentario The True Cost, quattro anni fa, ascoltando anche i consigli di mio marito che è sempre stato sensibile a queste tematiche, soprattutto quelle legate ai vestiti. Fino a quel momento ero una ragazza a cui piaceva comprare tanti abiti a basso costo, ma dopo aver visto quel docu-film ho capito che dovevo cambiare la mia vita come consumatrice. Dopo due o tre anni ho iniziato ad ampliare questa visione anche al resto della mia quotidianità introducendo temi quali, ad esempio, lo zero waste e il plastic free.

C’è stato anche qui un episodio particolare?

Sì, i miei follower mi avevano chiesto di postare un video per mostrare la spesa di un italiano negli Stati Uniti. Dopo averlo pubblicato in molti mi hanno fatto notare quanta plastica per l’imballaggio ci fosse nel carrello. In effetti qui negli States frutta e verdura, e non solo, sono incartati come se dovessero essere trasportati chissà dove. Fu quello un episodio significativo per un ulteriore svolta verso un cambiamento delle mie abitudini e di quelle della mia famiglia.

Sui social, con lo pseudonimo di Carotilla, ti rivolgi a un pubblico italiano, il quale sembra essere abbastanza attento, almeno nelle intenzioni, al tema della sostenibilità. A New York avviene altrettanto?

Per quello che sto vedendo io, in Italia siamo avanti anni luce rispetto agli Stati Uniti. Noi abbiamo sempre questa idea che gli USA siano i primi su tutto. Per quanto riguarda il riciclo e per quanto riguarda l’educazione civica legata all’ambiente non ci siamo proprio. In occasione dei Fridays For Future pensavo ci fosse una mobilitazione diversa, più partecipata. Così non è stato.

Anche per questo hai dato il là ad alcune iniziative individuali come la raccolta della spazzatura sul fiume vicino casa tua?

La raccolta sulle rive del fiume Hudson, emulata poi da diverse persone, è nata per far capire che c’è bisogno di un intervento molto diverso da quello dello Stato, del Comune o della città in cui viviamo. New York è piena di rifiuti sebbene ci siano migliaia di netturbini. Le persone buttano le cose a terra, dalla macchina, nelle corsie della metropolitana. Non c’è interesse nel riciclare o anche solo nel buttare la spazzatura nel cestino. Mi sto attivando sempre di più e vorrei essere sempre più coinvolta in queste iniziative di sensibilizzazione.

Tra pochi giorni ci sarà un’altra occasione per farlo, il Fashion Revolution Week…

È un appuntamento imperdibile. Quest’anno cadrà nei giorni dal 22 al 28 aprile: una rete mondiale di persone lanceranno sui social e nelle piazze iniziative per rivendicare un’industria della moda diversa, che rispetti le persone, l’ambiente, la creatività e il profitto in eguale misura. Tra le azioni condivise, c’è quella che prevede di indossare un indumento al contrario, di scattare una foto e di postarla sui canali a suon di hashtag #WhoMadeMyClothes, chiedendo ai brand “Chi ha fatto i miei vestiti?”.

Questa tua sensibilità ti ha portato a creare anche un lavoro…

Sì, sono molto orgogliosa di quello che finora ho fatto: Amorilla è una scatola, un contenitore di “Storie d’amore”. Le chiamo così le mie collezioni. Finora ne ho scritte due, una in India, in una delle regioni storiche della produzione tessile indiana, il Rajasthan, l’altra, la seconda, in Italia. Entrambe sono sostenibili al cento per cento: dal materiale scelto, alle lavorazioni totalmente manuali, dal fatto di coinvolgere esclusivamente artigiani locali escludendo qualsiasi tipo di situazione di schiavitù o di sfruttamento minorile, molto diffuso tra l’altro proprio in India, al controllo totale della mini filiera. Realizzo piccoli volumi, ma sono contenta perché quello che produco e faccio produrre rispetta valori etici per me imprescindibili.

I produttori delle due collezioni di Amorilla, durante la campagna per la Fashion Revolution Week

All’India come ci sei arrivata?

Quando ancora abitavo a Verona, mi soffermavo sempre davanti a un negozio indiano in Corso Santa Anastasia. Ho conosciuto il proprietario, il quale mi ha spiegato che a produrre i capi erano i suoi zii, il fratello, i suoi cugini. Ho deciso di approfondire la cosa e dopo le dovute verifiche, ho scelto alcuni anni dopo di ricontattarlo e di ripartire proprio da lì, con lui e la sua famiglia. La seconda Storia d’amore, invece, è nata a Verona, grazie a una modellista e due sarte, titolari di un piccolo laboratorio, impegnate parallelamente a creare una rete di donne che come loro sono sopravvissute al cancro al seno.

Sei contenta di come sta andando?

È la prima volta che mi metto alla prova in questo settore, io nasco come designer grafica. A parte la soddisfazione di creare una realtà del genere, di cui, ripeto, vado fiera, devo riconoscere che sto avendo una risposta molto positiva dalla community che si è creata attorno ai miei social, che si fida di me, delle mie scelte, e che ha apprezzato tantissimo questo mio progetto.

C’è un’aspettativa particolare nei tuoi confronti da parte dei tuoi follower?

La mia community è tra le più buone che ci possano essere. Accoglie le mie idee, mi supporta nelle iniziative, ma è anche la prima a criticarmi in modo costruttivo. Le persone che mi seguono sono attentissime, mi spingono a studiare di più, ad educarmi di più, mi mandano segnalazioni. Di questo sono molto felice.

Sei ottimista. Pensi che la tua community si possa allargare e creare rete con altre simili?

Seguo altri profili social in cui non vengono trattati argomenti strettamente legati alla moda sostenibile, eppure molti “topics” (temi, ndr) sono comuni. Qui negli States non c’è ancora un’educazione ambientale così forte, come dicevo, ma lo slogan “sostenibile è meglio” è uno slogan che funziona tanto anche se molti non sanno ciò che ci sta dietro.

Senti, Trump?

Per il 2020 ci sono delle donne molto brave candidate alle elezioni presidenziali, speriamo in loro.

Come ti immagini da grande?

Sicuramente il mio impegno sarà ancora per molti anni in Amorilla. Penso che mi ritroverete a 90 anni a parlare ancora di questi argomenti, con la stessa passione e la stessa convinzione di oggi.