Intervista a Roberto Franzoni, appassionato allenatore di un gruppo di giovani arrampicatori nella struttura King Rock di Verona: tanti i successi dei suoi ragazzi negli ultimi anni, che hanno conquistato medaglie dopo medaglie in competizioni locali e nazionali.

Da quando è stata aperta la struttura di arrampicata King Rock a Verona Roberto Franzoni ha cominciato con grande dedizione ad allenare un gruppo di giovani arrampicatori in vista delle gare regionali e nazionali. In pochi anni i risultati sono venuti alla luce. Numerosi i podi dei suoi atleti, tra i quali non si può non ricordare  la doppia vittoria nella finale nazionale di Arco 2014, con Alessadro Castellani (U14) e Giacomo Dal Pozzo (U10), il podio d’oro al Rock Master Junior dello stesso Castellani nel 2014 e quello sempre oro di Dal Pozzo nella finale nazionale di Arco 2015. E non da ultimo, il bronzo mondiale di Leonardo Sandrin nel settembre 2015.

Una soddisfazione per un allenatore che ogni anno cerca di migliorare la tecnica di allenamento, con studio, ricerca e aggiornamenti, spaziando dagli esercizi di arrampicata, a quelli in sala gym con il power training, fino a quelli mentali con la psicologa. Tutti aspetti indispensabili in questo sport, dove tecnica, forza e concentrazione mentale sono necessari per ottenere buoni risultati.

Abbiamo chiesto proprio a Roberto cosa significa educare i ragazzi a vivere l’arrampicata in modo sano, coniugando disciplina e divertimento, concentrazione e voglia di giocare, intuito e consapevolezza di sé.

In che modo larrampicata può fare la differenza nella crescita psicofisica dei bambini?

L’età è una variabile fondamentale. All’inizio, il bambino che si accosta alla disciplina dell’arrampicata vive quest’esperienza come un gioco: si diverte, si incuriosisce, socializza con gli altri bambini. Per lui e per i suoi compagni arrampicare è semplicemente ‘bello’, soprattutto quando si trovano in una sala boulder.

Nel caso specifico degli agonisti, quando crescono (dai 12 anni in su), cominciano a diversificare le loro esperienze: il boulder, fino ad allora considerato un divertimento, diventa un luogo di allenamento vero e proprio e lo stesso vale per l’arrampicata con la corda. E’ in questa fase che affiorano le prime paure ed emergono degli aspetti psicologici che il bambino (ormai ragazzo) non mette in conto: queste variabili possono spiazzarlo e disorientarlo, proprio perchè non sa come gestirle.

Può capitare che la sensazione del vuoto rischi di bloccare i progressi fatti, perchè si pensa più a non farsi male che ad arrampicare. Questo avviene soprattutto quando non si hanno una tecnica e una forza adeguate, ma la percezione stessa del proprio corpo in via di crescita è un elemento da non sottovalutare affatto.

Dunque, come superare tutte queste impasse? E’ nostro compito monitorarli ed intercettare le loro difficoltà, al fine di preservare la loro voglia di scalare, di raggiungere obiettivi, divertendosi e scalando in compagnia.

Fatica sì, ma mai senza divertimento.

Che tipo di rapporto si instaura tra istruttore ed allievo?

Il nostro primo compito è rendere il bambino tecnicamente preparato: è fondamentale che acquisisca tutti gli schemi motori che possono esserci in un boulder o in una via/salita. Si può essere fortissimi, ma senza tecnica sarà impossibile gestire la forza. Viceversa, si può essere tecnicamente preparati, ma occorre compensare con un adeguato allenamento di forza. Ecco, noi lavoriamo principalmente su questi due fronti: preparazione atletica e tecnica, coordinazione e reattività.

Durante la preparazione, inevitabilmente si instaura un rapporto tra allievo ed istruttore, fatto di fiducia, di complicità ma anche di autorevolezza ed attenzione. A noi spetta il compito delicato di stare vicino ai nostri ragazzi, scegliendo il modo più appropriato per farli crescere tecnicamente ed atleticamente, intercettando i bisogni e le debolezze.

Gestire la competizione, infatti, è molto difficile in questa età di crescita. Sta a noi intercettare e gestire eventuali eccessi di ansia o malesseri, al fine di  garantire un clima sereno e sano. Se necessario, nel nostro processo di preparazione intervengono professionisti nell’ambito della preparazione mentale.

L’obiettivo? Rendere i nostri ragazzi consapevoli al 100% che quello che stanno facendo li rende felici e appagati. Tutto il resto viene da sè.

Quanto è importante in arrampicata il rapporto tra mente, corpo e spirito? 

Essere in armonia con se stessi è fondamentale. E’ un percorso lungo, talvolta difficile e delicato e noi istruttori abbiamo la grande responsabilità di fare parte di questo percorso, come educatori. Un bambino, un atleta, un amatore, possono gestire bene ansia, paura forza, resistenza coordinazione e tecnica in modo efficace se sono in armonia con se stessi.

Qual è letà ideale per cominciare ad arrampicare?

Non c’è un’età ideale. Sicuramente un bambino può cominciare ad arrampicare sin dall’età di 4 anni. I bambini sono delle spugne: capiscono alla perfezione gli insegnamenti, acquisiscono l’importanza di determinate regole e interiorizzano un bagaglio motorio che non dimenticheranno mai più e che verrà loro sempre spontaneo, come camminare. A noi, ancora una volta, il compito di accompagnarli in questa fase, stando ben attenti a non bruciare le tappe.

Cosa avresti fatto se non avessi cominciato ad arrampicare?

Avrei comunque fatto tanto sport. In passato ho praticato tanto agonismo, ma adesso preferisco insegnare!

Quale messaggio passa larrampicata ad un ragazzo?

L’arrampicata è uno sport individuale, ma si condivide inevitabilmente con gli altri. Quindi, il fattore ‘emozione’ conta tantissimo: gestire l’emotività fortifica a livello di carattere e concentrazione, a patto che la si viva in modo sano. Ecco perchè è importante che i bambini prendano l’arrampicata come un gioco, all’inizio: in questo modo, potranno comunque rifugiarsi nell’affetto dei loro compagni, nei loro incoraggiamenti, senza rivalità.

E l’arrampicata, in questo, può dare davvero tanto.

Qual è il tuo motto personale?

L’arrampicata è una grossa rogna!

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