«… da quando ero ragazzo l’arte della scultura e del disegno è per me una condizione esistenziale primaria (…), è il mio modo di comunicare con l’uomo e con la natura». A dirlo il compianto scultore Gino Bogoni. Raccontiamo la sua eredità culturale ed esistenziale attraverso le parole della nuora Patrizia Arduini Bogoni.

QUANDO SI ENTRA nello studio di Gino Bogoni, scomparso nel 1990, si ha la percezione di respirare qualcosa di immenso, che ti rapisce all’istante. Tutto è rimasto come lui lo ha lasciato. C’è il suo camice. Ci sono i fornelli per fondere, i suoi attrezzi, i suoi scritti, milioni di “oggetti” che sussurrano. Ci sono le sue opere: le vacchette, per le quali tutti noi lo conosciamo, le donne, i lotus, i gioielli, le tele che «desiderano avere più spazio per mostrarsi nella loro fierezza». È qui che ci accoglie Patrizia, moglie di Franco Bogoni, uno dei due figli. È lei a gestire il suo patrimonio artistico con una passione smisurata, dovuta ad una gratitudine verso Gino perché le ha fatto «vedere oltre».

 

Gino Bogoni, le sue origini?

Veniva da una famiglia poverissima, orfano di madre viene allevato dal padre e dalla matrigna. È allievo, fin da giovanissimo, del maestro Girelli all’Accademia Cignaroli.

 

È uno dei più grandi scultori della nostra terra…

Era molto attaccato alla sua città, diceva sempre che la conosceva «al tocco». Già nel 1947 rileva i calchi delle formelle della porta bronzea di San Zeno. Dopo la Quadriennale di Roma e la Biennale di Venezia del 1965, Bogoni diventa un artista internazionale. Incontra artisti famosi in tutto il mondo, da Picasso a Fontana. Resta però un uomo umile: si sporca le mani, si fa guidare senza riserva da una propulsione creativa che lo impegna anima e corpo.

 

L’arte e l’attesa, cosa significa?

Gino diceva «il tempo è galantuomo»: l’opera, se è una vera opera d’arte, deve resistere nel tempo, si deve difendere da sola perchè capace di scuotere l’anima in qualche modo. Nell’arte bisogna saper attendere.

 

Che rapporto aveva Bogoni con la musica?

Nel 1965-66 costruisce Sviluppo tridimensionale. Dopo aver fatto questa scultura si rende conto che suona e si impegna dunque a farla divenire uno strumento musicale. Sono molte le opere di Gino che si possono suonare e i concerti che abbiamo organizzato, spesso insieme a Francesco “Sbibu” Sguazzabia, percussionista e batterista italiano, ne sono una conferma.

 

Il Diario di Gino: la sua scoperta è stata una vera sorpresa

Aveva la seconda elementare ma scriveva in maniera incredibile. Abbiamo trovato una sorta di diario e l’abbiamo pubblicato con l’aiuto di Francesco Butturini, che ne ha curato la revisione critica. Il libro esprime e chiarisce tutti i valori che Gino Bogoni ha trasmesso nelle sue opere e nella sua stessa vita. C’è «l’arte, la vita, la miseria, la guerra, la depressione, le malattie, la forza inesauribile di un uomo che non molla mai».

 

Gino Bogoni pensava che già fin da piccoli bisognasse avvicinarsi all’arte, perché?

Negli anni Settanta, Gino Bogoni conobbe una maestra delle scuole elementari di Ponte Crencano, con la quale avviò un progetto per avvicinare i bimbi all’arte. Fece entrare nel suo mondo i bambini della prima elementare e li seguì fino alla quinta, andandoli a trovare in classe, facendoli intervenire alle sue mostre e invitandoli nel suo studio mentre stava lavorando. È qui che abbiamo trovato tutti questi pensierini e disegni, che Gino ha gelosamente conservato negli anni. Ho quindi pensato di continuare questo progetto, facendo a mia volta degli incontri in atelier con bimbi e ragazzi, per far conoscere l’arte e cercare di instillare nei più piccoli la scintilla della bellezza. La meraviglia che si percepisce dalle parole e dalle espressioni dei bambini, ci fa capire quanti essi siano puri, liberi da pregiudizi ed aperti a sentire e ad accogliere. Questi fanciulli sono ormai cinquantenni ma ricordano con grande gioia questa esperienza. (sorride, ndr)

 

Ha dei progetti per valorizzare questi scritti?

Prossimamente vorrei riuscire a farne un libro e, con il ricavato, poter aiutare altri bimbi meno fortunati. Guardando tra i fogli di questi bambini, ho letto «Gino Bogoni ha fatto quattro scarabissi ed è saltata fuori una vacchetta». Eccolo il titolo giusto: Gli scarabissi.

 

La poesia che gli dedicò la nuora:

Lotus, 1873

Gino

 Malattie creative,

imbrigliano scatti di idee,

altrimenti sfuggenti.

 

Dolori, inaccettabili,

divengono forza generatrice potente e sincera.

 

Vacchetta con vitellino, 1970

Perdite inenarrabili

sostengono l’io creatore,

trasformando materie inerti

in vigorose opere parlanti.

 

Pensieri suicidi

si innestano in forze vitali,

lasciando spazi cosmici di magnifica potenza.

 

Guado, 1974

Carni lacerate,

pervase da fremiti morenti,

incitano

forze primordiali

a salite stellari,

conducendo il magma creativo

a sublimi traguardi.

 

La luce è in lui.

 

 Patrizia

Pescantina, 17 Febbraio 2013