Il tema eterno, quello di sempre: l’attesa che permette la presenza perché, forse, nell’anticiparla non la fa morire, non la sperpera. Lo scrittore poliedrico Marco Ongaro ci consegna la sua versione dell’aspettare. Attesa di doni e gioie immaginate ma anche, forse, l’unico modo per sapersi, per conoscere le persone della nostra vita, inquilini permanenti del nostro attendere.

 

A cura di Marco Ongaro, scrittore e cantautore

 

«Quando i genitori alloggiano un ospite in casa, il cuore del bambino batte più forte, per l’attesa, di quanto non sia avvenuto sotto le feste di Natale. L’oggetto di quell’attesa non sono i regali, ma la vita trasformata», scrive Theodor W. Adorno nel suo “Minima Moralia”, e di questo tempo dedicato a un evento che verrà, a un tempo ancora da trascorrere che leopardianamente potrebbe rivelarsi deludente rispetto al suo preannuncio, di questo spazio di vita proteso verso l’avvenire coglie l’essenza: il desiderio di trasformazione. La speranza, definita da Balzac «una memoria che desidera» e da Borges «una forma d’incertezza, nella quale non si fa che attendere e attendere», è l’energia segreta dell’attesa, la corrente alternata tra angoscia e miraggio che lega il presente alla trasformazione cui si ambisce. Il tempo è dato da un cambiamento osservabile nello spazio, in assenza di cambiamento non c’è misurazione né percezione del tempo, perciò la speranza che il mutamento avvenga un giorno nutre l’attesa ricolmando il presente di un vuoto desiderante.

Roland Barthes pone l’attesa a riprova dell’amore, riempiendo di ulteriore concretezza quel vuoto: «Sono innamorato? – Sì, poiché sto aspettando». La memoria desidera che si ripresenti la persona il cui piacere è stato promesso dalla sua bellezza e da un atteggiamento probabilmente favorevole. A tale probabilità ci si affida come a un’ineluttabilità benaccetta. «La fatale identità dell’innamorato non è altro che: io sono quello che aspetta». Una fierezza tragicomica s’insinua tra l’ansia e il passatempo escogitato «per ingannare l’attesa, escamotage che talvolta finisce per diventare il sostituto di ciò che si aspettava. Baudelaire pone la Noia a capo delle mostruosità dell’esistenza, ma l’attesa non ne è la causa, è solo l’attimo liberato dalla sua menzogna di pienezza, l’aperta ammissione che, qualunque cosa si faccia, la si fa sempre aspettandone un’altra. Così, nell’attesa di una trasformazione, capita che ci si sposi.