Due fratelli e un progetto architettonico e artistico che vede protagonisti due concetti rivoluzionari: quello della decostruzione di spazi, oggetti e materiali, e quello dell’autocostruzione, per far propri gli spazi in cui si vive, trasmettendovi un po’ della propria anima.

A volte l’arte è una questione di famiglia. Come per Emiliano e Manuel Martinez, fratelli veronesi di origine argentina che, sull’onda del percorso artistico, filosofico e architettonico del padre Osvaldo, hanno dato vita ad un affascinante progetto che unisce l’autocostruzione (concetto basato sull’idea che sia doveroso imparare a costruire in prima persona gli spazi in cui ci si trova a vivere perché, in fondo, chi meglio di chi li abita sa come dovrebbero essere organizzati e abbelliti?), il recupero di materiali di scarto e la decostruzione di spazi, oggetti e materiali, per dar loro una nuova vita e inaspettate sfumature.

Almascien è il nome di questa realtà, “cento anime”, in spagnolo, come le tante anime che si nascondono dentro un oggetto artistico, che conserva in sé l’aurea di chi lo ha immaginato, progettato, delle mani che lo hanno creato, le loro energie e quelle dei materiali utilizzati. «Non come gli oggetti e gli spazi senz’anima di creazione industriale!», sottolinea Osvaldo.

La storia di Emiliano e Manuel parte da lontano, travalica continenti e generazioni. Inizia con il nonno, Osvaldo Enrique Martinez, commerciante in vini con la pittura nel cuore. Colorista, si fa conoscere a Buenos Aires con lo pseudonimo “Almascien”. Il figlio, che porta lo stesso nome del padre, si laurea in architettura. L’amore per l’autocostruzione nasce durante gli anni di formazione universitaria in Argentina e trae ispirazione da architetti quali Claudio Caveri, sostenitore della necessità, per ogni buon architetto, di “sporcarsi le mani”, imparando ad utilizzare i ferri del mestiere, o ancora Rodolfo Livingston, il cosiddetto “architetto di famiglia”, ovvero colui che non si dedica solo ad opere monumentali, ma progetta gli spazi della quotidianità insieme alla famiglia che poi li vivrà. Questi, insieme ad altri artisti, come Gaudí e Hundertwasser, diventano le pietre fondanti su cui Osvaldo porta avanti il suo lavoro di architetto bolivariano in Argentina prima, e in Italia poi, e su cui i suoi figli costruiscono il loro percorso.

Il primo progetto di autocostruzione portato avanti dai due fratelli, una decina di anni fa, vede protagonista la casa della sorella. Un anno di lavoro, a cui dedicano ogni momento libero. In quella occasione danno vita alla loro prima opera di decostruzione: partendo da piastrelle di varie tipologie, «di quelle utilizzate come esposizione nei negozi», spiegano, recuperate, spezzate ad arte con la tenaglia e ricomposte in un disegno colorato, sono nate piastrellature, sul modello del trencadís gaudiano, che hanno ricoperto e abbellito diversi spazi, privandoli dell’anonimato di cemento e stucco.

Da quel primo progetto ne sono nati altri, tutti basati sul passaparola di chi ha avuto occasione di osservare la loro opera e che li ha condotti, nel 2010, ad Amsterdam, per creare 5 grandi sculture ad uso panchina, ricoperte da colorate piastrellature, in collaborazione con alcune scuole locali.

L’ultimo progetto, in ordine di tempo, riguarda la ristrutturazione – o meglio, la decostruzione – di un bagno all’interno di un appartamento. «Le vecchie finestre in legno dell’edificio sono state recuperate e sono diventate parte del bagno stesso, inserite nei muri. Tutte si aprono dall’interno verso il resto dell’appartamento, tranne una, che si apre dall’esterno, andando a rompere quel fondamento di intimità su cui si basa il concetto stesso di bagno» spiega Emiliano. «C’è erotismo, c’è la possibilità di spiare e farsi spiare: è un bagno che si prende gioco del concetto stesso di bagno!» ride Osvaldo. «Nulla è lasciato al caso. Dietro a ogni angolo di questo spazio, a ogni scelta, dall’utilizzo dei materiali di recupero, ai disegni creati con le piastrelle rotte, c’è un dialogo, un pensiero» concludono i due fratelli. C’è – per dirlo con una sola parola, che racchiude tutto – anima.