In testa i numeri terrificanti di un fenomeno fin troppo diffuso (una donna su tre ha subito violenze nel corso della sua vita) e nel cuore la certezza che il mondo può cambiare, con un po’ di tempo e di pazienza. È ciò che ci ha trasmesso l’avvocata Sara Gini, referente legale del Telefono Rosa di Verona, che, a distanza di un paio di giorni dalla celebrazione della giornata internazionale contro la violenza sulle donne, ha parlato dell’importante lavoro svolto dall’associazione e anche di come spesso l’indifferenza sia la peggior nemica delle vittime di violenza.

“C’è speranza”. È con questo moto di fiducia pronunciato con la consapevolezza data degli anni passati ad ascoltare la brutalità del mondo che l’avvocata Sara Gini, referente legale e già presidente del Telefono Rosa di Verona, ci ha parlato del dilagante fenomeno della violenza di genere. Una realtà dalla quale non è possibile nascondersi e che proprio domenica scorsa è stata ricordata nel corso della giornata internazionale contro la violenza sulle donne.

Eppure, a seguito di settimane dedicate a incontri, proiezioni, testimonianze e mostre, c’è da chiedersi cosa rimane di tutta l’indignazione suscitata dai cosiddetti “uomini che odiano le donne”. E’ in questa direzione che opera l’associazione del Telefono Rosa: “Quando si celebra il 25 novembre, nei giorni che lo precedono e lo seguono c’è un grande impegno da parte di associazioni e personalità e i discorsi che vengono fatti sono tutti molto corretti. Il problema è però poi con il caso singolo, la donna singola che si trova in difficoltà. Bisogna che a tutti i livelli ci sia una maggiore consapevolezza della gravità delle situazioni che vivono queste donne che vanno ascoltate e credute per evitare conseguenze gravissime come i femminicidi, che dovrebbero far inorridire tutti”, spiega l’avvocata, che copre anche il ruolo di consulente legale del centro antiviolenza Petra.

Spesso però l’orrore viene sostituito dall’indifferenza, un sentimento deleterio che può portare a minimizzare una situazione drammatica, arrivando così a ciò che in gergo viene chiamato “vittimizzazione secondaria”. Un meccanismo attraverso il quale la donna che denuncia una violenza e non viene creduta dalle autorità diventa vittima per la seconda volta.

A dare una fotografia della situazione italiana sono i dati dell’Istat, che ha monitorato il numero di donne che si sono rivolte ai Centri antiviolenza nel 2017: ben 49.152, di cui il 63,7% con figli, spesso usati dai partner come strumento per ledere compagne o mogli. Cifre importanti che però non soddisfano l’Europa; stando, infatti, a quanto dichiarato dagli esperti di Grovio (Group of Experts on Action against Violence against Women and Domestic Violence), l’Organismo del Consiglio d’Europa che monitora l’applicazione della Convenzione di Istanbul, al magazine “EstremeConseguenze.it”, l’Italia non farebbe abbastanza per evitare i femminicidi che, secondo i dati, avvengono a velocità preoccupanti (uno ogni due giorni). A mettere fine a questa “ecatombe”, come l’ha definita l’avvocata Gini, la speranza e la fiducia nelle autorità competenti, nelle nuove generazioni e in un mondo migliore dove le donne siano viste per quello che sono, cittadine di “serie A”.

Guarda l’intervista all’Avv. Sara Gini: