“La bellezza. Come definirla. No, meglio non definirla. Definire significa porre fine”. Ancora una volta sul palco del Festival della Bellezza, ieri sera, c’era Umberto Galimberti. Il filosofo ha disegnato un’appassionata riflessione sul concetto di bellezza, dai greci ad oggi

“Parlare della bellezza, cercarne una definizione, significa oggettivarla. Ma il bello è tutto tranne che questo”. Umberto Galimberti ieri al Teatro Romano, ospite della quinta edizione del Festival della Bellezza, ha tenuto tutti con il fiato sospeso fino alla fine. Perchè quella definizione non voleva darla, preferiva sfiorarla, accarezzarla.

“La bellezza appartiene all’estetica, mentre la bontà appartiene all’etica”. Il ragionamento del filosofo ripercorre i passaggi più significativi della storia del pensiero, almeno di quello occidentale: parte con i greci, si infila nel Cristianesimo, (spiegando che volenti o nolenti, siamo tutti cristiani; il nostro pensiero è tale grazie al Cristianesimo) scavalca i secoli, tocca i più importanti pensatori della storia come Kant, Freud, e giunge i giorni nostri.

Dà la definizione delle parole greche Kalos (bello)Krestos (ci sto bene), ne traccia le differenze sostanziali; arriva a chiudere un concetto partendo sempre dall’etimologia della parola. Perchè le parole sono importanti.

Noi “siamo le parole che conosciamo. Ragioniamo in base al patrimonio lessicale che possediamo“. Galimberti durante la serata non si risparmia di attaccare “la nostra sempre più scarsa conoscenza dei vocaboli”, incalzando: “leggiamo e non capiamo più quello che stiamo leggendo”.

Dopo la parola, fondamentale è anche la religione. “Le religioni hanno costruito una psiche”. Il Cristianesimo, per esempio, ci ha lasciato una cosa molto semplice: “la fiducia nel futuro”. La speranza del paradiso.

La bellezza nasce dal dolore, e dallo stupore “(quando diventiamo stupidi, e irrazionali) ed è per questo che “per comprendere la bellezza c’è bisogno di abbandonare il proprio io, di lasciare le redini all’irrazionale, alla follia”.

C’è bellezza se un quadro non esaurisce le emozioni, ci incuriosisce. E noi così torniamo lì a guardarlo, per comprenderlo, per apprezzarne la bellezza”.

La bellezza è inquietudine