Lo scrittore francese Marcel Proust nel suo capolavoro letterario Alla ricerca del tempo perduto, fece una scoperta che nel 1911, anno in cui scriveva, fu sicuramente rivoluzionaria. In una sera d’inverno sua madre gli offre del tè con delle madeleines, dei dolcetti a forma di conchiglia. Marcel ne intinge uno nella bevanda calda e lo assapora. In quel momento inizia per lui un’esperienza sensoriale straordinaria ma molto complessa, tanto che gli ci vorranno più di quaranta pagine per definirla. Quel tripudio di emozioni lo riportano alle vacanze della sua infanzia nel villaggio di Combray e assumono infine le fattezze della zia Léonie che era solita offrirgli una madeleine infusa nel tè ogni volta che andava a salutarla in camera sua. In poche parole Proust aveva capito un concetto che le neuroscienze avrebbero spiegato ben più tardi e cioè che l’olfatto e il gusto hanno un ruolo fondamentale per il recupero dei ricordi. Cosa che non succede con gli altri sensi, che non sono direttamente collegati con l’ippocampo che, guarda caso, è il centro della memoria a lungo termine.

Il timore è che con il tempo, le esigenze del mercato non solo non proteggano il concetto di biodiversità, ma annullino i nostri ricordi, tutti, anche quelli che non vorremmo avere

Molti di noi potrebbero raccontare esperienze simili a quella del grande scrittore francese, narrare uno di quei momenti, più o meno piacevoli, in cui il passato si è catapultato senza preavviso nel nostro presente. C’è sapore di quell’ultimo caffè, bevuto in piedi alla stazione, vicino ad un amore perduto, sapore che si affaccia in tutti i caffè di tutte le stazioni del mondo e c’è l’odore dell’incenso che annebbia una giornata già senza colori. Menta e nicotina: et voilà che ci sobbalza il cuore in petto ricordando il primo bacio; la zia Maria aleggia in ogni tripudio di zucchero e mele mentre quando l’aria è impregnata di un misto di urina e naftalina sotterriamo immediatamente il ricordo della prof di matematica. E poi c’è la nonna, la sentiamo nel profumo di latte, o di buccia d’arancia lasciata abbrustolire sulla stufa, nel coniglio intriso di polenta e poceto, o nell’odore di frittelle che trasudava dai suoi seni a Carnevale. L’aspetto a volte preoccupante è che senza determinati stimoli olfattivi o gustativi non è possibile il recupero di alcuni ricordi, che rimarrebbero in fondo al pozzo della nostra memoria a raccontarsi della loro inutilità. Se elenchiamo mentalmente i gusti e gli odori di vent’anni fa, ad esempio, non sono poi molti gli elementi di continuità. Pensiamo ad esempio a quanti tipi di frutta sono scomparsi e che erano elementi di quotidianità per i quarantenni di oggi. Ad esempio: c’è tutto un mondo proustiano dentro ad una nespola matura, al suo gusto di marmellata di mele diventata un po’ acidula, e ai suoi noccioli che si facevano girare in bocca fino a ripulirli ben bene per poi fare a gara a chi li sputava più lontano. A tutti i bambini veniva insegnato il primo proverbio relativo alla nespola: “Vao su par on vajeto/ cato on veceto /ghe tiro la barba / ghe ciucio el culeto”, e si prendevano in giro i giovanotti un po’ scapestrati con il detto “tempo e paja se maura anca le nespole”.
Il timore è che con il tempo, le esigenze del mercato non solo non proteggano il concetto di biodiversità, ma annullino i nostri ricordi, tutti, anche quelli che non vorremmo avere, perché anch’essi sono nostri e solo nostri, della nostra unica, bellissima, sbilenca, tragica, strana vita.
Per favore non toglieteci le nespole.
Non toglieteci i ricordi.