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Marzio Breda in Piazza Brà con Giorgio Napolitano, aprile 2010

A Verona c’è un uomo che da trent’anni entra ed esce dal palazzo del Quirinale. Un giornalista che, da Cossiga a Mattarella, racconta i pensieri, i dubbi e le certezze dei Capi di Stato. È Marzio Breda, dal 1990 quirinalista per il Corriere della Sera.

Dopo gli esordi come collaboratore de l’Arena a metà degli anni ‘70, è inviato speciale per il quotidiano di via Solferino. Con base tra Napoli e Palermo segue il primo maxi-processo alla mafia e conduce diverse brillanti inchieste politiche. Ma ha la politica nel sangue: laureato in Scienze Politiche con una tesi sui poteri del Capo dello Stato, è il profilo ideale per ricoprire quel ruolo di giornalista quirinalista che proprio all’alba degli anni ’90 si afferma in tutti i maggiori quotidiani italiani.

«Il Direttore cercava qualcuno con uno sguardo “vergine”, non viziato da appartenenze politiche- mi racconta Breda -. Mi incaricò di seguire Cossiga, che stava per esplodere come un vulcano con le sue celebri picconate al sistema. Ebbi così modo di vivere una full-immersion nelle debolezze della politica: Cossiga denunciava che il sistema fosse sul punto di crollare, e così fu, perché nel ’92 scoppiò Tangentopoli e tutti i partiti vennero delegittimati o scomparirono nel giro di un anno». Da quel momento in poi, come scrive Breda nel suo ultimo libro Capi senza Stato, pubblicato da Marsilio a gennaio 2022, il ruolo del Presidente della Repubblica si trasforma in modo irreversibile.

«La politica non ammette vuoti, quando si creano qualcuno li deve riempire. Dopo Tangentopoli, Scalfaro si trovò a fare i conti con il crollo dei partiti e con una enorme questione morale, determinata dalla scoperta di un vasto sistema di corruzione che coinvolgeva i partiti e le maggiori imprese. Da lì i presidenti si sono sentiti costretti, per salvare il Paese, a intervenire attivamente in politica. Non più solo arbitri, ma giocatori nella partita in corso. Nessuno di loro rinunciò più al dialogo con il popolo, al colloquio diretto con l’opinione pubblica». La sua analisi è così lucida e profonda che decido di incalzarlo e domandargli come mai a queste trasformazioni nei comportamenti non siano mai seguite delle riforme costituzionali. Mi risponde citando Giuliano Amato e la sua espressione “fisarmonica dei poteri”: «La Costituzione italiana, nella sua vaghezza, consente ai Presidenti di allargare questa fisarmonica nelle fasi critiche e di richiuderla nei periodi più stabili. Ecco perché secondo me, nonostante alcune forze politiche sostengano la necessità di adottare un modello presidenzialista, alla fine questa cosa non si farà».

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Marzio Breda con Oscar Luigi Scalfaro

È evidente che trent’anni di colloqui privati con la massima carica dello Stato permettono di comprendere le dinamiche della politica da un punto di vista privilegiato. Ma bisogna coltivare i rapporti con i Presidenti, entrare nelle loro grazie, e in questo Breda è sempre stato tra i migliori. A tal punto che Cossiga e Scalfaro si sono spinti più volte fino a Verona per una cena, e lo stesso Breda è stato ospite di Ciampi ai pranzi estivi alla residenza di Castel Porziano. «Diciamo la verità, io ero diventato autorevole per la mia stessa preparazione giuridica e professionale: anche i Presidenti erano colpiti dalla profondità che cercavo di mettere nei pezzi. In più rappresentavo il Corriere della Sera, il primo giornale italiano. Così ero spesso invitato a colazione o a cena al Quirinale, ai cosiddetti “colloqui al caminetto”. Chi è invitato a questi colloqui è tenuto ad un categorico vincolo di riservatezza; però spesso è successo che mi facessi raccontare delle cose e poi convincessi il Presidente a trasformare quelle indiscrezioni in un’intervista. Il Presidente capitolava con un “Va bene Breda, faccia lei”».

Rapporti che, con il tempo, si sono talvolta trasformati da professionali a umani, affettivi. Gli brillano gli occhi mentre mi racconta di Ciampi: «L’ho molto amato, perché come mio padre aveva fatto la resistenza ed era uomo di banca. Con lui ho avuto un rapporto così forte che ho continuato a incontrarlo anche dopo il suo incarico. Nell’ultimo colloquio mi confidò di essere molto malato, e lì ancora di più mi si rivelò un uomo solido, forte». Lo stesso – mi assicura Breda- vale per Napolitano, uomo apparentemente molto freddo sul piano umano, ma di grandissimo spessore. E per il Presidente Mattarella, certo più silenzioso, più riservato, ma con cui Breda ha costruito un ottimo rapporto personale. «È schietto, sincero, per natura solidale. Fa parte della sua personalità. È davvero molto umano, e il popolo italiano l’ha percepito».

Sulla sua recente rielezione, Breda racconta che Mattarella e i suoi consiglieri avevano già traslocato. Ha dovuto accettare per spirito di servizio, perché il sistema si è incartato un’altra volta, e accettando si è esposto a dei rischi: «Tra due anni, dopo le elezioni politiche, vedrai cosa accadrà. Inizieranno a spintonarlo perché se ne vada, perché al suo posto salga al Colle Mario Draghi».

 Marzio Breda
Marzio Breda con Carlo Azeglio Ciampi

Alla fine della nostra chiacchierata, Breda mi rivela degli aneddoti sulle manie di questi grandi uomini di Stato e sui siparietti a cui ha assistito negli anni. «Per esempio Scalfaro, che era un arci cattolico: nei suoi viaggi si faceva sempre accompagnare dal Cappellano del Quirinale, in borghese, e si faceva dire la messa in camera tutte le mattine. O Ciampi, che certe volte era così arzillo perché i medici gli somministravano dei cocktail di medicinali per arginare le sue defaillances fisiche. E sua moglie, donna Franca, che dava sempre luogo a divertenti fuori programma: una volta disse a papa Wojtyla “mi raccomando santità, non si strapazzi, e che Dio la benedica”, facendo ridere di gusto il pontefice gravemente malato. O quella volta che a Buckingham Palace prese sottobraccio la regina e le disse “Dai Elisabetta, andiamo di là a parlare di cose da donne”, generando imbarazzo e ilarità in tutta la sala».

Ci lasciamo con la ventata di leggerezza portata da questi ultimi racconti, che spinge Marzio Breda, il più autorevole dei quirinalisti d’Italia, a ritornare alle origini, nella dimensione della città da cui proviene e in cui ancora risiede con la famiglia: «Incontriamoci presto – mi dice- che ti offro un buon Campari».

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