Comincio dai proclami. Gli architetti Stefano Boeri e Massimiliano Fuksas, con un colpo di genio trovano la soluzione all’abitare post Covid19, consigliano per il futuro di andare a vivere nei borghi.

Così, essendo archistar, e maschi, si grida “al miracolo”, non solo in barba a tutti quelli che da anni stanno lavorando in silenzio per la valorizzazione dei borghi, anche quelli abbandonati, ma consigliano pure di abbandonare le città, dopo che le abbiamo rese inabitabili.

Mi pare assai grave il messaggio, sconcerta, destabilizza, è come dire agli architetti gettate la spugna, giochiamo con qualcos’altro, è come ingannare gli abitanti, un’affermazione che rientra nella logica del “movimento” e non dell’”agire”, fare qualcosa per fare ma senza un obiettivo condivisio, senza una visione. Sicuramente le due archistar sono cadute nella trappola di voler essere utili in questo momento storico e non me ne vogliano se li uso a pretesto per aprire una riflessione condivisa, ma c’è una responsabilità quando si è, non solo architetti, ma personaggi pubblici di un certo calibro, le parole sono sassi, possono colpire.

Fa riflettere infatti questo invito, se si pensa a Boeri come l’emblema della città innovativa, Milano, e Fuksas della capitale, Roma, le due città italiane per eccellenza, dove si è costruito di tutto e di più, a macchia di leopardo, architetture calate dall’alto, in una contraddizione dove gli architetti sono quelli che devono costruire in primis una visione dei luoghi, quelli che con il loro mestiere da sempre sono stati chiamati a fare politica, quel costruire la città e le sue relazioni con l’obiettivo di una qualità della vita per gli abitanti, con una logica che leghi gli elementi tra loro.

Da tempo ormai invece questa logica è venuta a mancare e l’architettura è fatta di “spot”, di “barruffe chiozzotte” tra architetti, di innumerevoli inizi scoordinati dal senso dell’abitare, priva delle relazioni che fanno uno spazio “luogo” con un senso, arrivando inevitabilmente all’abbandono dell’architettura stessa, di quel luogo, e dei suoi abitanti. Di tante parole e poche pietre.

C’è bisogno di recuperare rispetto, ed un’architettura “umana”: che il post Covid19 sia questo, non  andare via, altrove rispetto alla città, non possiamo continuare ad abbandonare, a lasciare a metà, e poi dopo più o meno dieci anni improvvisamente accorgerci dei luoghi abbandonati e far finta di occuparcene, per poi non riuscirci, per tanti fattori, non ultimo la burocrazia di questo paese che affossa anche le migliori intenzioni, ma perché la logica è sempre la stessa, non avere una visione condivisa, non creare relazioni, e abbandonare di nuovo, occupando suolo da un’altra parte, colonizzare come Lanzichenecchi e quant’altro: non siamo in sinergia, ma gli uni contro gli altri. Difficile costruire.

E’ tempo questo che gli architetti abbiano un conato di dignità e di responsabilità, dobbiamo occuparci delle “relazioni”, costruire luoghi non invadere spazi autoreferenziandoli.

Penso al Corviale a Roma, un unico corpo abitativo di 986 metri di lunghezza per nove piani, senza servizi, senza un bar, senza una farmacia, senza luoghi di aggregazione, senza, con circa 5000 abitanti abbandonati a sé stessi. Doveva essere un modello abitativo rivoluzionario, alternativo alla città, è diventato un luogo infernale che nega l’essenza stessa dell’architettura quella che mette al centro i bisogni dell’uomo, la sua qualità della vita. Abbandonato, da chi può farlo, di sicuro relegato ai margini della città.

E si perché in Italia abbiamo abbandonato anche la politica della casa, il bene più prezioso per vivere dignitosamente, avere un rifugio, una protezione, perché per andare a vivere nei borghi spesso ci vuole un potere economico che la media delle famiglie in Italia non ha, sono spot per ricchi che non incrementano nemmeno il settore dell’edilizia che si chiude sempre più in compartimenti stagno: serve indicare non solo la meta ma anche come fare ad arrivarci e rimanerci.

Inevitabile pensare al modello Solomeo, il borgo restaurato dall’imprenditore Brunello Cuccinelli, certo magnifico, ma ci vuole un imprenditore illuminato ed un obiettivo condiviso, e Solomeo non è un luogo dell’abitare aperto a tutti, non è una città con tutte le sue contraddizioni e le difficoltà di governance, è di sicuro una sperimentazione.

Quella dei modelli, abitativi e non solo, è una logica da abbandonare è stata fallimentare non considera il carattere antropologico, le variabili dell’uomo, bisogna sperimentare, il territorio è un sistema complesso e vivente: nessuno ci ha detto quando abbiamo studiato Le Corbusier e il suo modulor che l’Unitè d’habitation di Marsiglia aveva il più alto numero di suicidi della città tra gli abitanti del complesso, che si buttavano dal tetto, l’unica spazio in comune.

E’ tempo non di abbandonare le città come vigliacchi, ma di dire «No! Abbiamo sbagliato», è tempo di pensare ai cittadini, di metterli al centro.

Per alcuni anni abbiamo sviscerato il tema della tutela del patrimonio, “Heritage”, sotto i più diversi punti di vista; recentemente ci stiamo occupando di “Ruritage”, del patrimonio agricolo e della sua governance, forse è il momento di fare una rivoluzione copernicana, dall’oggetto al soggetto, dalle cose, dai prodotti dell’uomo all’uomo stesso come soggetto vivente, in continua trasformazione.

In particolare dell’abitante, non quello del territorio in generale, ma del cittadino, quello che oggi, post Covid 19, si trova a dover rivedere e cambiare il proprio modo di vivere e di rapportarsi ai luoghi che abita, alla città: chiamiamolo “Citizenage”.

Non è in dubbio che ci sia da ridisegnare la città, in merito ad una nuova socialità dei luoghi quelli dove la distanza ci assicura dal contagio, un’occasione per migliorare l’abitare urbano che a differenza di chi abita in campagna, si è trovato maggiormente penalizzato nel restare chiuso in casa, senza uno spazio verde, senza un balcone, ed una volta uscito senza poter usufruire degli spazi pubblici a disposizione. Una città penalizzata e penalizzante che ha cambiato i suoi equilibri.

Sempre che gli equilibri ci siano, perché a volte non abbiamo bellezza, qualità della vita proprio perché siamo in un perenne stato di ricerca di modelli per questi equilibri: abbiamo bisogno di recuperare una giusta misura urbana, tra cittadino e città, tra cittadino e cittadino, tra città e servizi, abbiamo bisogno di un’architettura “umana”, che si rivolga alle persone, al sociale, che sia in trasformazione continua, seguendo la sua vocazione, costruendo di pari passo servizi.

Il post Covid è l’occasione giusta per definire un nuovo patto tra servizi e cittadini, un vero processo di partecipazione degli abitanti, una collaborazione tra istituzioni e cittadini, tra amministrazione e impresa, che sia co-creazione di valore, perché in questo tempo di pandemia abbiamo verificato e toccato la crisi dei modelli gestionali, pertanto dobbiamo abbandonare questa logica e adottare quella della sperimentazione, dove le parole d’ordine siano “flessibilità” e “adattabilità”.

Anche “azione” e “concretezza”, sono chiavi necessarie al cittadino post Covid19, perché là dove gli si dice che la mobilità dolce sarà l’alternativa alle auto bisognerà spiegargli come, in modo pratico e concreto, attuando una complementarietà ed una completezza di servizi che ancora non c’è: cerco di essere un cittadino green così da casa al lavoro mi sposto in bici, magari a noleggio se ci riesco, scopro che il percorso non è coperto da piste ciclabili, devo fare a gara con il traffico delle auto; vorrei andare a fare una gita in campagna con la famiglia senza usare l’auto, ma piove, non ho un servizio di car sharing elettrico in tempo reale che mi permetta di farlo; vorrei usare sempre una mobilità alternativa, ma sommando i servizi non riesco, così sono comunque costretto a comprare l’auto. E si perché il punto è questo, non siamo del tutto onesti nelle politiche e nei servizi.

Concludo con un invito, rimettere insomma al centro l’uomo per davvero, il cittadino, e non i suoi prodotti, l’artefice e non l’artefatto, in una dimensione di collaborazione dove tutti siano all’unisono per lo stesso obiettivo, una poetica dei luoghi, per produrre bellezza e benessere, come le pietre di un arco:

Marco Polo descrive un ponte, pietra per pietra. – Ma qual è la pietra che sostiene il ponte? – chiede Kublai Kan. – Il ponte non è sostenuto da questa o quella pietra, – risponde Marco, – ma dalla linea dellarco che esse formano. Kublai Kan rimane silenzioso, riflettendo. Poi soggiunge: – Perché mi parli delle pietre? È solo dellarco che mimporta. Polo risponde: – Senza pietre non cè arco.

Quell’arco, che sia di accesso alla città, o ad un borgo, sono uomini che l’hanno costruito.

*Architetto, Docente di Marketing Territoriale Univr, già Consulente per Città Metropolitana di Genova.