Sono quelli li sempre, per andare in ufficio, ma ora quei tre gradini non si riescono più a salire. Quando l’ostacolo si è fatto tangibile per Federico Pasqualini e la distrofia muscolare ha iniziato ad affacciarsi con prepotenza nella sua vita di ragazzo, lui è partito per il viaggio della vita: da San Bonifacio all’Africa. 10 Paesi, 19.000 chilometri, 120 giorni: un’esperienza che non poteva tenersi per sé. Così Federico ha scritto un libro (Tre gradini e un albero di limoni, Polaris) per dire a tutti «che i sogni a volte si possono realizzare». L’ha presentato a Verona lo scorso 12 ottobre, in collaborazione con la Libreria Gulliver.

Ci sono diagnosi che cambiano la vita, ma si può anche decidere che la vita non sia esclusivamente una diagnosi. Può accadere che a 17 anni si scopra di essere affetti da distrofia muscolare, una grave malattia genetica neurodegenerativa, e ci si ritrovi, 21 anni dopo, a raccontare di aver percorso 19.000 chilometri con un pick-up lungo il continente africano e scrivere un libro per narrare questa grandiosa avventura. Un’esperienza che ha un nome: Federico Pasqualini.

Come è cambiata la sua vita dopo aver saputo di avere la distrofia muscolare?

Devo dire che l’incoscienza tipica di quell’età mi ha aiutato: ci ho messo più di 15 anni a realizzare pienamente. La vera presa di coscienza sulla condizione della mia autosufficienza motoria credo sia stata quando, per l’ultima volta, sono riuscito a salire i tre gradini per raggiungere l’ufficio. Era il 2002. Da lì mi sono ritrovato in un mondo “al piano terra”, con l’inquietante prospettiva del lento, ma inesorabile, peggioramento verso la totale inabilità. Quell’episodio è stato un momento di rottura, una spaccatura nella mia vita, l’occasione per fermarmi e uscire dalla routine, quella sorta di gabbia protettiva che rischia di farci vivere la vita a testa bassa, senza lasciarci il tempo di goderci il viaggio. Di fronte all’ulteriore peggioramento della mia salute decisi che era arrivato il momento di realizzare un sogno: quello di un viaggio su strada, un viaggio straordinario.

Perché in Africa?

Mi piace credere che sia stata l’Africa a scegliere me. L’idea era quella di partire da casa con l’auto, arrivare in Mongolia da sud, via Turchia e Iran e tornare dalla Siberia. A causa di alcune problematiche coi visti ha fatto capolino l’alternativa Africa. Alla fine, il miglior incontro col destino che avessi potuto fare: “il viaggio della vita”.

La copertina del libro

Che cosa le ha lasciato questa esperienza?

Molte pagine colorate di ricordi, emozioni, sensazioni e sentimenti divenuti un libro nel quale ho cercato di raccontare che a volte i sogni si possono realizzare. Soprattutto che, spesso, l’occasione per farlo è proprio quello che sembra un ostacolo. Come tre gradini che non si riescono più a salire.

Quanto è stata faticoso e quanto divertente questo viaggio?

Per quanto riguarda la mia disabilità direi che l’Africa è il posto peggiore in cui potessi capitare. Ma è anche quello dove ho scoperto che se nella quotidianità ci sono mille difficoltà, saltano miracolosamente fuori mille soluzioni. Trovare una sistemazione al piano terra dove passare la notte è sempre stata un’impresa: ho dormito nel cassone del pick-up, in un garage o, addirittura, nella suite, decisamente fuori budget, dell’hotel in cui il presidente dello Zimbabwe passa le notti quando non è in capitale.

Perché ha deciso di scrivere un libro?

Inizialmente doveva essere un diario di viaggio: sapevo che quello in Africa sarebbe stato il viaggio della vita e sentivo il bisogno di portarmi a casa un qualcosa di fisico, un mucchietto di fogli di carta da rigirare tra le mani anche tra cinquant’anni. Nel sistemarli è venuto fuori il capo di un filo d’oro che mi ha attraversato il cuore e che ho voluto seguire fino a scoprire che il viaggio sarebbe continuato anche dentro, nell’anima.

Seguiranno altri viaggi (e altri libri)?

Alla pubblicazione di “Tre gradini e un albero di limoni” è seguito un viaggio in Sri Lanka dal quale uscirà il mese prossimo la guida Polaris del paese. A febbraio ho in programma una vacanza in Malesia. Oltre a quello non guardo, ma dentro di me sento che, prima possibile, sulle orme di quella africana, vorrò tornare sulla strada.