Alessandro e Giovanni di Pazar 33

Fermano sconosciuti sui marciapiedi e li invitano nel loro studio «per un ritratto». Due fotografi, una sala posa in via Venti Settembre 33 e un progetto: documentare la grammatica di un quartiere. «È una ricerca artigianale», compiuta e ricompiuta (forse anche in questo momento, mentre noi scriviamo e voi leggete) per le strade di Veronetta.

Un perenne «work in progress», senza guadagni o compensi. Forse vedrà come esito un libro, riassunto di carta di un quartiere che ha per paragrafi i volti di residenti e passanti. Alessandro Ambroggi, fotografo e videomaker con anni di Francia alle spalle e Giovanni Cobianchi, fotoreporter di mete lontane, senza la ridondanza di una scaletta, ma con il placet della casualità, cercano i loro ritratti alle fermate dei bus, vicino ai bar, davanti alle strisce pedonali. Così «negli occhi c’è lo stupore di chi è stato invitato ad entrare, mentre camminava sul marciapiede». L’altro giorno è stata la volta di lui, indiano «con il turbante verde in testa, e il viso perso mentre aspettava il pullman», intorno aveva la maglietta della serra in cui lavora. «Gli abbiamo spiegato cos’è Pazar 33 e gli abbiamo chiesto di lasciarsi fotografare». Non ha nulla di abbozzato l’archivio vivente che stanno componendo. Seguono una linea fotografica precisa che si nutre dello sguardo leggendario del maliano Malik Sidibé e della luce del “mago” Pietro Marubi che nel suo studio fotografico a Scutari, «incendiando liquidi, ti restituiva un foglio con la tua immagine».

Al netto del rischio di passare «per due fannulloni che vanno in giro con macchina e cavalletto», da qualche mese mandano avanti «un atto di studio» in quel luogo «bizzarro» che è Veronetta. La patria quotidiana «di una rivoluzione antropologica», come ama precisare Giovanni. «Noi fotografiamo chi ci vive o chi, semplicemente, ci passa». Il loro è un progetto di poche definizioni, ma che trova spazio di significato semplicemente nel nome che si è dato. Pazar, in albanese, vuol dire mercato. Quel luogo attraversato dalle conversazioni è la metafora della loro ricerca stilistica. Proprio tra le bancarelle di Tirana, Giovanni e Alessandro si sono conosciuti. Era l’inverno del 2015, uno ha prestato la casa all’altro come succede tra chi di mestiere racconta frammenti di mondo, e si trova, per qualche settimana, ad abitarne gli angoli. Nella Terra delle Aquile ci sono finiti per lavoro. Si sono incastrati di nuovo a Verona, all’inizio dell’anno. Qualche mese dopo è partito il loro progetto che sfugge durate e tempi.

«La fotografia è un modo per estrapolare le gioie e i dolori della mia esistenza» spiega Giovanni e nel farlo ci annoda una storia. Era due anni che aveva chiuso con la macchina fotografica, aveva smesso dopo il progetto fotografico e sociale Je Reviens nel 2013, che l’aveva portato alle radici e alle ragioni dell’immigrazione documentando una sorta di partenza al contrario, da Lampedusa fino al remoto Mali. Poi nel febbraio di quest’anno la fotografia è ripiombata «dopo mesi di viaggio e dolore: avevo lasciato andare una donna che mi ha seguito in capo al mondo e che non ho saputo trattenere ». E con tutta la dolcezza ironica della vita, «cercando un luogo adatto per installare la nostra sala di posa, siamo incappati in un piccolo studio. Il giorno dopo, iniziando ad allestirlo mi è tornato in mente che proprio lì, in quello studio  ero uscito per la prima volta con lei».

Se per Giovanni la macchina fotografica è il segno tangibile di una rinascita, per Alessandro «è uno strumento puro. La fotografia lascia una traccia eterna di quello che le persone sono state. Tutti la possono leggere, un bambino può emozionarsi per motivi segreti, e così, per sentieri diversi, può fare un adulto». Senza impigliarsi in aggettivi, quando si guarda uno scatto sono solo i nostri occhi a ricamarci attorno una vita perché «è un esercizio spirituale fotografare» e pure, se vogliamo, guardare. Per questo, al momento, accanto ai loro ritratti ci sono solo didascalie asciugate di ogni dettaglio, sinossi minime.  Leggi un nome: “Ros”, il resto te lo devi immaginare. Magari puoi arrivarci dall’arabesco di tatuaggi incisi sulla pelle, che lui è un’icona impolverata del suo quartiere. Fa il tuttofare, porta la spesa agli anziani, passa da piccole commissioni per i negozianti a qualche aiuto alla Fevoss, mangia al samaritano ed è uno dei primi che ha detto sì, subito. «Mi tolgo la maglietta così viene meglio?» ha domandato, senza timidezze, perché aveva capito. Lo potete vedere qui accanto quel suo sorriso garantito solo a se stesso, che, per il tempo di un ritratto, offre a tutti noi.

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