Ama definirsi un esteta. La sua quotidianità è scandita dallo sguardo con cui osserva il mondo e le persone. Roberto Bravi fa guidare dall’istinto su tutto, o quasi, «la prima impressione non tradisce mai». Con le sue “metal pictures”, originali tele metalliche e sculture di vario tipo e dimensioni, cerca di impadronirsi dello spazio che lo circonda. Lo riempie con colori e materiali che si fondono in «un attimo di fuggente bellezza».

Roberto ha all’attivo diverse mostre su tutto il territorio nazionale, ma non è sempre stato un’artista stricto sensu ed è forse questo che lo rende un personaggio estremamente umile e capace di cogliere le sfumature della vita. Veronese doc, nasce e vive in Veronetta. La sua casa è variopinta e accogliente: è lì che lo abbiamo incontrato.

Da dove nasce la sua passione per l’arte?

Quando ero piccolo rimanevo incantato a guardare mio padre, calzolaio, mentre lavorava. Colla, pelle, cuoio, chiodi, martello e due grandi mani esperte: queste erano le sue armi. Tagliava, bucava, incollava e chiodava per costruire scarpe su misura. Trasformava pezzi di pelle e cuoio in piccole sculture.

Lei è un “eclettico”: qual è stata la sua strada fino a qui?

Ho fatto diversi lavori per vivere: il postino, il fotografo e sono stato un impiegato informatico per molti anni. Poi ho mollato tutto perché avevo bisogno di altro. Sono ripartito da zero facendo l’artista di strada, il giocoliere e poi il sommelier; tuttavia il cambiamento vero e proprio è avvenuto a causa di un incontro.

Un incontro?

Sì, per caso mi sono imbattuto in un vecchio portone di legno con rammendi inchiodati in ferro: un’opera d’arte. Da quel momento ho iniziato a fare il lavoro di mio padre: di fatto, anch’io uso chiodi e martello, ma al posto di pelle e cuoio ci sono ferro, latta e legno.

In cosa consistono le sue opere?

All’inizio ristrutturavo vecchi mobili fissandoci sopra pezzi di metallo; poi sono passato alle sculture e successivamente, ai quadri, le “Metal Pictures”: dei collages di metallo, combinati o scombinati, in base a ciò che sento e saldati con chiodi su dei pannelli di legno.

La sua creatività è legata a doppio filo al recupero dei materiali…

Riciclo vecchie scatole in latta che cerco nei mercatini dell’usato; rigorosamente degli anni’ 50- 60 e 70, le trovo fantastiche, sia per il colore e che per la grafica. Raccolgo anche vecchi bidoni arrugginiti abbandonati in campagna e nei letti dei fiumi. Venticinque anni fa, un’amica mi disse: «Roberto ama il metallo che è dentro la terra», in effetti è proprio così.

Cos’è per lei l’arte?

È duro lavoro, gioco e idee decenti. (sorride, ndr)

La maggior soddisfazione?

Nel gennaio 2008 ho avuto la classica febbre da cavallo; ho passato una settimana a letto e, come spesso succede quando si è costretti a stare fermi, mi è venuta un’idea. Mi sono messo all’opera e ho iniziato a costruire un Robot in legno a grandezza d’uomo ricoperto completamente di latta. Ho preso matite, compassi e righelli: l’ho disegnato e poi costruito. Sono stato cosi contento del risultato che, per un anno intero, dodici ore al giorno, mi sono chiuso in casa e ne ho costruiti altri quattro.

Da cosa si fa ispirare?

Io sono una persona curiosa, guardo un po’ dappertutto: cinema, fumetti, riviste, giocattoli e piccoli oggetti di una volta che compro nei mercatini dell’usato. Mi guardo intorno e trovo sempre uno spunto per un nuovo lavoro. Per esempio, a casa ho un piccolo modellino di un aereo “Mirage 51”, dal quale ho ricavato una serie di quadri molto colorati con soggetto l’aereo stesso. Con questa personale ho partecipato anche ad un’edizione del Pitti Uomo a Firenze. Insomma, mai abbassare lo sguardo (sorride di nuovo, ndr).

Come si vede?

Guardando i miei lavori, mi viene in mente una frase di Louise Bourgeois, scultrice e artista francese, «Io sono quello che faccio». Sono d’accordo al 100%.