Ha travolto la nostra città per cinque giorni tra mostre, laboratori e appuntamenti. Il  grande successo  della terza edizione di Verona Tessile, il primo Festival italiano dedicato all’arte Tessile, è l’occasione per noi di parlarvi di un’altra storia di tessuti. Quella di Filotimo, che con la canapa e l’ortica crea abiti sostenibili.

 

Un filo che parte vent’anni fa, dalle mani di sei amiche. E dai loro pomeriggi, rubati ai mille impegni, per cucire insieme. Tanti gli intrecci di tessuti e di relazioni che hanno portato alla nascita di un’associazione che, oggi, conta più di ottanta socie. Che fosse destinata a cose grandi, l’associazione Ad Maiora, lo portava scritto anche nel nome. Tra progetti con le scuole, iniziative con le istituzioni locali e un festival internazionale, si inizia a credere davvero che i nomi, un poco, influenzino i destini.  L’arte tessile, perché di «arte stiamo parlando», come puntualizza Laura Guerresi, vice presidente dell’associazione, «deve essere raccontata per essere capita»  anche da chi non è “addetto ai lavori”. Dal  desiderio di far uscire i tessuti dalle pareti che ne hanno visto nascere le trame, nel 2011 arriva  Verona Tessile, come proposta, come scommessa. Portare fuori i colori dei tessuti, e metterli dappertutto, tra le vie della città scaligera. L’edizione del 2015, che si è tenuta dal 19 al 24 maggio scorso, ha smesso le vesti della semplice manifestazione per indossare finalmente quelle di un grande Festival, con mostre dal forte sapore internazionale, workshop per tutti i gusti e  un concorso che, con  il tema Colori diVini, ha portato l’essenza del vino negli intarsi dei fili. Quilt gallesi, nipponici, opere d’arte in feltro  ma anche l’arte tessile contemporanea con le opere di Sheila Rocchegiani e Pietrina Atzori, il meglio della produzione di quilt delle allieve europee di Nancy Crow, le stampe su seta, i percorsi di Patchwork udinese. Queste le bellezze, frutto del lavoro paziente di mani esperte, che hanno avvolto Verona. «La punta di diamante di questa edizione – spiega ancora entusiasta la signora Guerresi-  è stata  Simphony of Colors,  la mostra, al Palazzo della Ragione, dei quilt giapponesi. Quando ci sono arrivati gli arazzi e abbiamo aperto gli scatoloni non riuscivamo a crederci. Erano meravigliosi».

Ma ci sono altri fili, altre storie che tengono al centro i tessuti. E sono storie belle, come quella di Filotimo. Il suo nome, questa piccola realtà di artigianato tessile, nata il gennaio scorso, lo deve al greco. Nasce dalla determinazione di una ventiseienne di Poiano, Gloria Barana, due nonne sarte e una laurea al Politecnico di Milano. Quando la incontriamo indossa una canotta bianca di quelle che fa lei, con passione vera. Ai nostri occhi inesperti sembra lino, bianco, delicato. «È ortica», corregge i nostri pensieri. Le fibre naturali con le quali realizza le sue collezioni sono infatti solamente tre: soia, canapa e ortica. «Hanno il vantaggio delle fibre naturali per quanto riguarda la consistenza e, a differenza del cotone, sono più sostenibili». Mentre quest’ultimo per crescere ha bisogno di grandi estensioni, con relativo consumo di acqua e pesticidi, la canapa  ha tempi di crescita più ridotti e la pianta viene utilizzata in tutte le sue parti. Un’etica coerente e decisa quella di Gloria, che travolge tutti gli aspetti che ruotano attorno alla sua impresa. Dalle etichette prodotte con gli scarti dei tessuti e applicate agli abiti con spille e nastri di recupero, fino ai biglietti da visita stampati su carta riciclata. Il suo, bisogna dirlo, è un lavoro che non conosce orari e sicurezze e che, insomma, chiede coraggio. I problemi e le difficoltà non sono pochi, a cominciare dall’attenta laboriosità che richiede filare fibre che non hanno componenti elastiche, passando per i costi proibitivi della materia prima. «L’ho spinta io», ci racconta Matteo, che le sta lì, accanto, da 9 anni.  «Stiamo attenti a quello che mangiamo ma non ci importa di quello che indossiamo», continua lui, 28 anni, intorno la t-shirt marrone creata dalle mani della sua Gloria. Anche in quei tagli minimali si legge l’attenzione sostenibile perché «fare un capo basico e versatile che uno può portare sempre, è un ottimo modo per abbattere gli sprechi». Una scelta che si direbbe in piena controtendenza con il mercato che propone, invece, la “fast fashion”, una moda svelta, con collezioni settimanali. Ma che Gloria e il suo Matteo non amino seguire la corrente lo si capisce da subito. Ad aprire un negozio tutto suo, lei, per esempio,  non ci pensa proprio. Per ora si appoggia in conto vendita ad altri negozi,  punta sull’e-commerce e sulla presenza ai festival del settore. Il suo sogno? Un rustico da condividere con altre piccole realtà di artigianato.