Abbiamo fatto due chiacchiere con il nuovo Vicario episcopale per la cultura della Diocesi di Verona per capire da vicino la linfa che anima l’universo spirituale veronese, tra progetti e tanta cultura.

Chi è don Martino Signoretto?

Un prete. Il mio sogno fin dagli anni della formazione era andare in una parrocchia, fare il curato e poi il parroco. Per me era una prospettiva abbastanza sicura. Mi sono innamorato di questa strada a tal punto che non so immaginarne un’altra. Mi ritengo fortunatissimo; quello che faccio a livello di identità e missione di vita è un dono inestimabile.

E il prete oggi?

È il “Pastore d’anime”, cioè colui che si dedica agli altri cercando in tutti i modi di imparare da Gesù. Chiaramente c’è una dimensione importantissima che è quella sacramentale: vivo con la consapevolezza che sono chiamato a una mediazione tra il cielo e la terra. Quindi i sacramenti che siamo chiamati ad amministrare diventano momenti, luoghi fondamentali dove il prete esercita in pienezza ciò per cui è chiamato. L’anno della Misericordia è un’occasione formidabile in cui sarebbe strano mancare.

Il vicariato alla cultura come si concilia con il ruolo di prete?

Il prete è anche al servizio di una chiesa che ha una sua organizzazione interna e, nel momento in cui c’è da mediare questo tipo di fede è inevitabile che abbia una ricaduta culturale. La fede cristiana non può non mettersi in dialogo con tutto ciò che è culturale, anche con ambienti che sembrerebbero più marginali. Io mi collocherei in quel segmento dove le cose in cui crediamo non sono esclusivamente religiose ma hanno una ricaduta culturale. Se fossi solo un organizzatore di eventi mi vedrei in una situazione che non ha senso perché per me è solo uno strumento, non il luogo dove esaurire un’identità.

Cosa rappresenta per Lei la cultura? Può essere uno strumento per trasmettere messaggi?

Sì, ma anche un dono di ascolto. Cultura vuol dire anche luoghi e momenti di convergenza, scoprire che l’umano per Dio è fondamentale perché Dio si è fatto uomo. Il primo atto di fiducia è fondamentale. Stamattina ho conosciuto un’artista che compone al pianoforte delle cose strepitose, guarda a caso commentando testi biblici. Già umanamente ha un significato formidabile.

Che idea si è fatto del “sistema cultura” di Verona?

Innanzitutto la città parte già con un vantaggio incredibile perché è all’interno di un crocevia di comunicazione. Ma la domanda è: siamo consapevoli di ciò che abbiamo o ci adagiamo su questo? Penso che si possa fare molto di più. La chiave vincente per me è fare network altrimenti la città rischia di incorrere nel provincialismo.

Progetto Pietre Vive: in cosa consiste?

L’idea, che stiamo sperimentando a San Procolo, è quella di “dare vita” alle pietre che costituiscono le nostre chiese. E affinché riescano a rimanere aperte al pubblico è fondamentale avere tanti alleati. A San Procolo nella prima domenica del mese è possibile vedere un video con un attore che per dieci minuti interpreta il santo. Abbiamo fatto lo stesso a San Zeno, lo stiamo facendo a Santa Teuteria e Tosca coinvolgendo professionisti. Ma il progetto non si ferma qui perché vorremmo chiedere aiuto anche a chi viene dal mondo del disagio o dal carcere così da avere una ricaduta sociale. Queste figure diventerebbero una risorsa nella custodia delle chiese. Preparare questo progetto vuol dire mettere in atto una serie di iniziative che più sono in rete meglio è. Quando cultura e sociale si mescolano una tira l’altra. La vera cultura deve elevare tutti, non può essere di nicchia. Se è vera cultura coltiva proprio coloro che sono più marginali ed è lì che la cultura fa fare il vero salto di qualità a chi non ha mai avuto le condizioni per farlo.

Ha un modello di riferimento?

Israele e Palestina. È da dieci anni che vado là portando i giovani. In Palestina sono andato a vedere un sito archeologico e lì ho incontrato una persona che stava pulendo una stradina. Mi ha guardato e mi ha raccontato la storia del luogo, accompagnandomi a visitarlo senza volere nulla in cambio. Mi sono chiesto come fosse possibile. Lui faceva parte di un progetto in cui era coinvolta tutta la cittadinanza tramite varie attività che hanno l’obiettivo di alimentare e custodire la risorsa culturale. Da lì  mi è venuta l’idea di fare lo stesso con la chiesa di San Siro, mentre in Israele conosco un’associazione che gestisce più di sessanta siti collegati tra di loro. Il progetto su Verona prevede che le chiese siano collegate con il sistema delle credenziali (un timbro), mentre il Q-code permetterà all’utente di poter vedere da casa il video con il santo interpretato da un attore. Non ci sarà più l’aspetto didascalico ma evocativo.