Dal menù di trattoria ai telai, alle macchine, fino ad uno schizzo del Teatro romano di Verona spunto per un “evento”; quest’anno cadono i cinquecento anni dalla morte di Leonardo da Vinci che si rivela in una nuova veste di sperimentatore ante litteram di marketing territoriale.

In effetti è abitudine comune di chi lavora con le idee, riempire di appunti e schizzi quaderni e quadernetti, fogli sparsi utilizzati all’occorrenza e messi da parte spesso senza una logica se non postuma. Così faceva il vero grande genio del nostro Rinascimento, Leonardo da Vinci, del quale quest’anno ricorre l’anniversario della morte (1519), e nella sua continua ed inesauribile riscoperta la sua genialità è sempre una sorpresa, senza tempo.

Nel libro di Shelagh e Jonathan Routh, “Note di cucina di Leonardo da Vinci”, traduzione e commento di un “Codex Romanoff” di incerta origine e provenienza, si scopre che Leonardo per mantenersi agli studi dal Verrocchio (come molti ragazzi di oggi fanno quando sono all’università) la sera lavorava in una locanda/birreria, dove la sua creatività declinata alla ristorazione è in molti schizzi di piatti inventati in un genere culinario tipo “nouvelle cuisine” rinascimentale, che però poco piaceva ai clienti.

Ma testardo come solo il genio, Leonardo da Vinci e Sandro Botticelli, dopo il loro incontro nella bottega del Verrocchio, decisero di lanciarsi nell’impresa della ristorazione sul serio aprendo a Firenze un’osteria chiamata Tre rane. Se la clientela poteva scegliere il menù leggendo le pietanze scritte da destra a sinistra dal mancino Leonardo, le immagini erano disegnate dal Botticelli. Ricco l’elenco delle portate: dalla ribollita all’arista, dal baccalà ai ranocchi fritti. Ma anche qui l’osteria non ebbe lunga vita facendo perdere tracce di sé; resta l’invenzione da parte di Leonardo del “panino” ovvero dell’imbottire o farcire due fette di pane. Quando si dice il genio.

Nel tempo non abbandonò questa passione che portò alla corte di Ludovico il Moro a Milano: «Alle ricette di pietanze pesantissime amate da Ludovico e che Leonardo definisce “quell’orrendo intruglio di carne e ossa” si alternano “quelle dei miei piatti semplici”, che Leonardo e quelle di piatti insoliti come le pastiglie di mucca, il ghiro farcito e la spalla di serpente», racconta il libro dei Routh.

Ma il Codex Romanoff, dal quale il libro è tratto, contiene anche regole, testimonianze di abitudini di corte, ritratti di commensali di Ludovico, indicazioni di tipo dietetico e norme di galateo come l’elenco intitolato «comportamento sconveniente alla tavola del mio Signore», da cui «nessun ospite dovrebbe pizzicare o leccare il vicino».

Si scopre un Leonardo che oltre alle macchine da guerra inventò utensili, arnesi da cucina e i tovaglioli (prima era usanza asciugarsi le dita nella tovaglia, Ludovico il Moro se le puliva sulla «gonna» dei vicini o nel pelo dei propri cani). Siamo abituati a considerare Leonardo un personaggio eclettico e per molti versi un precursore, ma questo libro ce ne rivela tratti insospettabili e molto moderni; oltre che pittore, letterato, scienziato e inventore, Leonardo fu per trent’anni Gran Maestro di feste a banchetti per Ludovico il Moro, quello che oggi chiameremo un organizzatore di eventi, capace di contaminare l’enogastronomia con l’architettura, il teatro con l’arte dell’intrattenimento.

E proprio durante il viaggio da Milano a Firenze verso la fine del Quattrocento, passò da Verona per vedere il Teatro Romano e prendere appunti per la messinscena della “Danae” di Baldassare Taccone, da rappresentare a Milano in casa del conte di Cajazzo o, magari, per qualche scenografia di festa alla corte di Ludovico il Moro. Leonardo, nel progettare lo spettacolo pensò ad una “frons scenae” in chiave classica e venne a Verona per esaminare un introvabile disegno di Giovan Lombardo che aveva ridisegnato il nostro teatro, al tempo quasi completamente nascosto e occultato da edifici.

Di quel giorno, di quel passaggio da Verona, resta uno schizzo conservato a pagina 669r del Codice Atlantico, studiato dalla professoressa veronese Nelly Zanolli Gemi, uno studio, Il teatro di Verona in un foglio di Leonardo, pubblicato nel fascicolo n.9, anno III, del 1987 in Civiltá Veronese diretto da Mauro Bonato. L’importanza di questo disegno, oltre al fatto di essere stato realizzato da Leonardo, documenta l’interesse del genio rinascimentale per il monumento veronese e rappresenta la prima raffigurazione singola del nostro teatro.

Così, tra 1750 disegni della più ampia raccolta di scritti di ogni genere, studi di meccanica e geometria, elaborati di macchine e note spese di Leonardo, comprendente 1119 fogli raccolti in 12 volumi e conservati alla Biblioteca Ambrosiana di Milano, c’è anche quello del Teatro di Verona, che tutti noi conosciamo come Teatro Romano. Chissà, un’operazione di marketing territoriale potrebbe suggerire di aprire una taverna vicino al teatro, sulla riva sinistra del fiume, e chiamarla “Tre rane” in onore della visita di Leonardo da Vinci a Verona; anzi, a pensarci bene siamo a Veronetta, magari in via “Interrato dell’acqua morta”, quasi uno stagno, sarebbe l’ideale.