Dal 24 al 31 gennaio, davanti al Liston in Piazza Bra, è stato esposto un carro ferroviario restaurato dall’Associazione “I figli della Shoah” che all’epoca fu utilizzato per trasportare i deportati versi i campi di concentramento del Nord Europa. Tante le riflessioni che questo cimelio carico di dramma ha suscitato sui veronesi.

Ha fatto bella mostra di sé lì, in Piazza Bra, proprio nel mezzo. Ha fatto bella mostra di sé senza vergogna, senza timore, forse con il cuore più leggero perché all’interno, questa volta, non doveva trasportare nessun “pezzo”, nessun dramma, nessun sentore di morte e disperazione. Ma il dramma e la disperazione ce li ha intrisi nel legno, non può lavarseli di dosso. Li ha vissuti in prima persona, impotente e vuoto di ogni significato umano, mentre correva su e giù per i binari di mezza Europa con sopra la sigla RSHA (Ufficio Centrale per la Sicurezza del Reich) a segnalare che i “pezzi” trasportati erano diretti in un campo di sterminio.
Il carro ferroviario che dal 24 al 31 gennaio, in occasione della Giornata della Memoria, è stato posto davanti al Liston, porta su di sé i segni di un passato imbarazzante per il genere umano. Nel 2001, l’Associazione “Figli della Shoah” lo acquisì da FS Trenitalia per utilizzarlo come memoriale dei 6806 cittadini ebrei italiani deportati nei campi tedeschi di sterminio. Il carro venne restaurato e all’interno vennero poste le porte di due celle dell’Ufficio Sicherheitsdienst (Servizio di Sicurezza) che aveva sede nell’attuale Palazzo Ina di Corso Porta Nuova. Quelle mura erano allora niente di più che la prima fermata verso i campi: le persone rinchiuse non avevano scampo. Sarebbero state caricate sui carri per essere trasportate, come merce pericolosa, verso la loro triste fine. Non solo ebrei, ma anche quelli che i tedeschi definivano, senza pietà, “gruppi di razza inferiore” come i Rom, i disabili, le popolazioni slave, e persone perseguitate per le loro idee politiche, religiose o per determinate caratteristiche e comportamenti. Era il caso dei comunisti e dei socialisti, dei Testimoni di Geova e degli omosessuali.
Durante il suo utilizzo, dal 1943 al 1945, il carro era, all’interno, completamente spoglio. Solo un secchio in un angolo che doveva servire per le cinquanta e più persone che vi venivano stipate. Come bestie. Durante i più giorni del viaggio, le porte venivano sigillate e un numero sulle fiancate, insieme alla sigla RSHA, indicava la quantità di pezzi (Stücke) che vi erano contenuti. Niente cibo, niente acqua, niente pause nè discese, solo una piccola finestrella dalla quale la neve e il freddo entravano prepotenti sferzano quei corpi inermi e rendendo sempre più chiaro che quello era un viaggio senza speranza, senza ritorno.
Così si legge nella poesia di Lina Arianna Jenna, poetessa veonese morta ad Auschwitz nel 1945, scelta per rappresentare questa Giornata a Verona: “Non compiangere, lettore, il mio dolore, la mia passione, perché, malgrado tutto, io adoro la vita anche nell’infinita sofferenza; anche nell’esasperazione che, domani, può maledire ciò per cui – ieri – gioiva. Felice di sentire che, soffrendo, sin quasi a morire, io sono, malgrato tutto, così viva”.

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